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Edgar Allan Poe

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NinfaEco
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Viandante Ad Honorem
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La Maschera della Morte Rossa

Da tempo la "morte rossa" devastava il paese.
Mai epidemia era stata piu' fatale, o piu' spaventosa. Il sangue era la sua
manifestazione e il suo suggello, il rosso e l'orrore del sangue. Essa appariva
con dolori acuti, uno stordimento improvviso, poi un sanguinare diffuso dai
pori, infine sopravveniva la dissoluzione. Le macchie scarlatte sul corpo e
soprattutto sul volto delle vittime rappresentavano il marchio della pestilenza
che precludeva ai colpiti ogni aiuto e ogni comprensione da parte dei propri
simili. E l'attacco, il progredire e la conclusione del male si risolvevano
nello spazio di mezz'ora.

Ma il principe Prospero era una creatura felice, indomabile e preveggente.
Quando le sue terre furono a meta' spopolate, egli raduno' al proprio cospetto
un migliaio di amici sani e spensierati scelti tra i cavalieri e le dame della
sua corte, e con costoro si ritiro' nell'inviolato isolamento di una delle
tante sue abbazie merlate. Era una costruzione enorme, splendida, creata dal
gusto eccentrico e sfarzoso del principe in persona. Un muro forte e altissimo
la circondava. Questo muro era munito di cancelli di ferro. Appena furono
entrati, i cortigiani presero incudini e martelli massicci e saldarono le
serrature. Erano decisi a non lasciare alcuna possibilita' di entrata o di
uscita agli improvvisi scatti di disperazione o di demenza che potevano nascere
all'interno. L'abbazia era ampiamente fornita di viveri, e con tante
precauzioni i cortigiani potevano permettersi di sfidare il contagio. Che il
mondo esterno pensasse a se stesso: nel frattempo era follia addolorarsi o
pensare. Il principe si era preoccupato di provvedere a tutti i mezzi di
divertimento: vi erano buffoni, "improvisatori", ballerini, musicanti, vi era
la Bellezza, vi era il vino. Tutte queste cose e la sicurezza regnavano la'
dentro: fuori infuriava la "morte rossa".

Fu verso il finire del quinto o del sesto mese del proprio isolamento, e mentre
la pestilenza fuori era al colmo della sua virulenza, che il principe Prospero
decise di offrire ai suoi mille amici un ballo mascherato d'insolito splendore.

Fu uno spettacolo d'inaudita raffinatezza, questa mascherata; ma desidero
descrivere le stanze in cui essa si svolse. Ve n'erano sette, che formavano un
unico maestoso appartamento. In molti palazzi pero' simili fughe di stanze
formano una veduta lunga e diritta, mentre le porte a due battenti scorrono sin
quasi entro le pareti su ciascun lato, in modo da permettere di abbracciare
tutta l'estensione dell'appartamento con una sola occhiata. Qui pero' la cosa
era molto diversa, com'era facile aspettarsi dall'amore del duca per il
BIZZARRO. Le camere erano disposte in modo talmente irregolare che lo sguardo
stentava a comprenderne poco piu' di una alla volta. A ogni venti o trenta
metri vi era una svolta brusca e a ogni svolta l'effetto era diverso. A destra
e a manca, nel mezzo di ciascuna parete, un'alta e slanciata finestra gotica
dava su un corridoio chiuso che assecondava le tortuosita' dell'appartamento.
Queste finestre erano di vetro colorato e il loro colore variava secondo la
tinta predominante delle decorazioni della stanza entro la quale ciascuna
finestra si apriva. La stanza sull'estremo lato orientale era drappeggiata, per
esempio, di turchino; e di un turchino intenso erano le finestre. La seconda
stanza aveva gli ornamenti e le tappezzerie purpuree, e purpuree pure erano le
invetriate. La terza stanza era tutta verde, e altrettanto le finestre. La
quarta era arredata e illuminata in colore arancione, la quinta di bianco, la
sesta di violetto. La settima stanza era pesantemente avvolta in panneggi di
velluto nero che pendevano ovunque dal soffitto e dalle pareti, ricadendo in
pesanti pieghe su un tappeto della stessa stoffa e colore. In quest'unica
stanza pero' la tinta delle finestre non corrispondeva alle decorazioni. Le
invetriate erano di colore scarlatto, di un sanguigno cupo. Ora in nessuna di
quele sette stanze vi era una sola lampada o candelabro, pur tra la profusione
di ornamenti dorati sparsi qua e la' o pendenti dai soffitti. Nessuna luce di
nessun genere vi era che emanasse da lampada o candela entro la fuga di stanze,
ma nei corridoi che ne accompagnavano i serpeggiamenti era appoggiato, di
contro a ciascuna finestra, un pesante tripode, reggente un braciere acceso, il
cui fuoco proiettava i suoi raggi attraverso il vetro istoriato da cui la
stanza era in tal modo vividamente illuminata. Questo produceva un'infinita' di
immagini variopinte e fantastiche. Ma nella stanza nera, la occidentale,
l'effetto della luce e del fuoco che si diffondeva sui neri panneggi attraverso
le invetriate tinte di sanguigno era spettrale all'estremo, e produceva sulle
fisionomie di coloro che vi entravano un'apparenza talmente irreale, che pochi
tra gli ospiti dell'abbazia avevano l'ardire di porre piede in quel locale.

In questa stanza vi era pure, poggiato contro la parete occidentale, un
gigantesco orologio d'ebano. Il suo pendolo oscillava innanzi e indietro con un
brusio sordo, cupo, monotono; e allorche' la lancetta dei minuti compiva il giro
del quadrante e l'ora batteva, proveniva dai polmoni di bronzo dell'orologio un
suono chiaro e forte e profondo e straordinariamente musicale, ma cosi'
stranamente accentuato che, allo scoccare di ogni ora i musicanti dell'orchestra
erano costretti ad arrestarsi per un attimo durante l'esecuzione dei loro pezzi,
e ad ascoltare quel suono; cosi' anche le coppie danzanti cessavano forzatamente
le loro evoluzioni, e in tutta la gaia compagnia subentrava come un breve
smarrimento, e mentre ancora echeggiavano i rintocchi dell'orologio, si poteva
notare che i piu' storditi impallidivano e i piu' vecchi e tranquilli si
passavano una mano sulla fronte in un gesto di confusa fantasticheria e
meditazione. Ma non appena quei rintocchi tacevano, subito tutti erano pervasi
da un lieve riso; i musicanti si guardavano tra loro e sorridevano quasi a
beffarsi del proprio nervosismo e della propria esitazione, e sussurrando si
ripromettevano gli uni agli altri che il prossimo scoccare della pendola non li
avrebbe piu' sorpresi e scossi a quel modo; ma quando, al termine di sessanta
minuti (un periodo che comprende tremilaseicento secondi del Tempo che fugge) di
nuovo si udivano i rintocchi dell'orologio, ecco che quello stesso smarrimento e
incertezza e concentrazione s'impadronivano degli astanti.

Nonostante cio', tuttavia, la festa era gaia e splendida. I gusti del duca erano
specialissimi. Egli possedeva una conoscenza sagace dei colori e degli effetti.
Disprezzava i "decora" dettati semplicemente dalla moda. I suoi progetti erano
audaci e bizzarri, e le sue ideazioni splendevano di sfarzo barbarico. Forse
qualcuno avrebbe potuto giudicarlo pazzo, ma cosi' non lo ritenevano i suoi
seguaci: bisognava ascoltarlo e udirlo e vivergli dappresso per essere CERTI che
non lo fosse.

Era stato lui a dirigere personalmente gran parte degli abbellimenti temporanei
delle sette stanze, in occasione di quella grande festa, ed era stato il suo
gusto personale a conferire carattere alle maschere. Erano certamente maschere
grottesche. Sfavillanti e luccicanti, erano, piccanti e fantastiche;
assomigliavano a molto di quel che poi si e' veduto nell'ERNANI. Alcune di
queste maschere erano figure d'arabesco, con membra e ornamenti strampalati.
Altre parevano le fantasie deliranti di un pazzo. Molte altre ancora erano
bellissime, molte capricciose, molte BIZZARRE, alcune terribili, e non poche
avrebbero potuto suscitare disgusto. In realta' nelle sette stanze si
avvicendavano senza posa miriadi di sogni. E questi, i sogni, si torcevano qua
e la', assumendo colore nelle stanze e provocando la sensazione che la musica
ossessionante dell'orchestra non fosse che l'eco dei loro passi. Ed ecco che
ancora la pendola d'ebano, nella sala del velluto, batte le ore. Ed ecco che
ancora per un attimo tutto e' immobilita' e silenzio, tranne la voce
dell'orologio. I sogni s'irrigidiscono e si raggelano nel punto in cui stavano
volteggiando, ma gli echi della suoneria muoiono lontani, non sono durati che
un istante, e un riso sommesso, leggero, fluttua e l'insegue mentre essi si
dileguano. Ed ecco che la musica si rinturgidisce, e i sogni rivivono, e
nuovamente si attorcono ancora piu' gai che per l'innanzi, colorandosi ai
riflessi delle finestre variopinte attraverso cui si rifrange in mille raggi il
bagliore dei tripodi. Ma verso la camera piu' occidentale delle sette nessuna
maschera osa ora avventurarsi; poiche' la notte sta ormai trascolorando, e
dalle invetriate sanguigne si irradia una luce piu' rossiccia, e la cupezza
degli scuri drappeggi sgomenta, e a colui il cui piede si posa sul nero tappeto
giunge dal vicino orologio d'ebano un rintocco smorzato, piu' solenne, piu'
veemente, di quanto possa giungere agli orecchi di COLORO che si abbandonano al
piacere e alla gaiezza nelle stanze piu' lontane.

Ma queste altre stanze erano fittamente affollate, e in esse il cuore della
vita pulsava febbrilmente. E la festa prosegui' turbinosa, sinche' all'orologio
incominciarono i primi rintocchi della mezzanotte. E la musica cesso', come ho
detto, e le evoluzioni dei ballerini s'interruppero, e come prima vi fu un
inquieto arresto di ogni cosa. Questa volta pero' alla pendola stavano
scoccando dodici colpi, e cosi' fu forse che piu' pensiero, con piu' tempo,
pote' insinuarsi nelle menti dei piu' riflessivi fra la turba dei baldorianti.
E questo fu forse anche il motivo per il quale prima che gli ultimi echi
dell'ultimo rintocco si perdettero e si smorzassero nel silenzio, piu' d'uno
tra la folla ebbe modo di avvertire la presenza di una figura mascherata che
sino a quel momento non aveva attratta l'attenzione di alcuno. Ed essendosi
rapidamente diffusa all'intorno in un sussurro la voce di questa nuova
presenza, si levo' alfine da tutta la compagnia un fremito, un mormorio,
dapprima di disapprovazione e di sorpresa... e infine di spavento, di orrore,
di disgusto.

In un'accolta di fantasmi quale io ho descritta e' facile immaginare che
un'apparizione normale non avrebbe certamente suscitato tanto scompiglio. In
realta' la licenza sfrenata di quella notte non aveva quasi limiti, ma la
figura in questione avrebbe superato in crudelta' fantastica lo stesso Erode, e
aveva persino oltrepassato i confini pure immensi della stravaganza del
principe. Anche i cuori degli esseri piu' sfrenati hanno corde che non possono
essere toccate senza che vibrino di emozione. Anche per gli esseri piu'
perduti, per i quali la vita e la morte sono ugualmente motivo di beffa,
esistono cose di cui non e' possibile beffarsi. Tutti gli astanti insomma
sentivano ormai acutamente che nel costume e nel portamento dello straniero non
vi erano ne' spirito ne' decenza. La figura era alta e scarna, e avvolta da
capo a piedi nei vestimenti della tomba. La maschera che ne nascondeva il viso
era talmente simile all'aspetto di un cadavere irrigidito che anche l'occhio
piu' attento avrebbe stentato a scoprire l'inganno. Eppure tutto cio' avrebbe
potuto essere sopportato, se non approvato, dai gaudenti forsennati che si
aggiravano per quelle sale: ma il travestimento aveva spinto tant'oltre la
sfrontatezza da assumere le sembianze della "morte rossa". Le sue vesti erano
intrise di SANGUE, e la sua vasta fronte e tutti i lineamenti della sua faccia
erano spruzzati dell'orrore scarlatto.

Allorche' gli occhi del principe Prospero caddero su questa spettrale immagine
(che con movimenti tardi e solenni, come per meglio sostenere il proprio ruolo,
si aggirava tra i danzatori) lo si vide contorcersi, a un primo momento, in un
lungo brivido forse di terrore, forse di disgusto; ma subito dopo la sua fronte
si invermiglio' di collera.
- Chi osa? - domando' con voce rauca ai cortigiani che lo attorniavano, - chi
osa insultarci con questa irrisione sacrilega? Prendetelo e smascheratelo,
affinche' possiamo sapere chi impiccheremo all'alba ai merli del nostro
castello!

Quando proferi' queste parole il principe Prospero si trovava nella stanza
turchina, ovvero la stanza orientale. Esse rimbombarono alte e chiare per tutte
le sette stanze, poiche' il principe era un uomo vigoroso e forte, e a un cenno
dela sua mano la musica si era taciuta.

Nella stanza turchina stava il principe, attorniato da un gruppo di cortigiani
pallidi. A tutta prima, non appena egli ebbe parlato, questo gruppo ebbe un
lieve moto irrompente in direzione dell'intruso, il quale in quell'attimo si
trovava pure vicino e ora con passo solenne e deciso si approssimava ancor piu'
al principe. Ma per un misterioso innominato terrore che l'aspetto pauroso
della maschera aveva ispirato a tutti i presenti, nessuno oso' stendere una
mano per afferrarla, cosicche' lo sconosciuto pote' passare a un metro di
distanza dalla persona del principe senza che alcuno lo trattenesse, e mentre
la folla, come colta da un unico subitaneo impulso, si ritraeva dal centro
delle stanze verso le pareti, egli prosegui' indisturbato nel proprio cammino,
ma sempre con quel passo maestoso e misurato che lo aveva distinto sin dal
primo momento, attraverso la stanza turchina a quella purpurea, dalla stanza
purpurea alla verde, dalla stanza verde alla stanza arancione, e poi alla
bianca, e da questa si spinse persino nella stanza violetta, prima che venisse
fatto un movimento risoluto per fermarlo. Fu allora pero' che il principe
Prospero, accecato di collera e vergognoso per la propria momentanea codardia,
si butto' precipitosamente attraverso le sei stanze, non seguito da alcuno,
causa il terrore mortale che aveva raggelato tutti quanti i presenti. Impugnava
alta sul capo una spada sguainata, e si era avvicinato, rapido, impetuoso, a
pochissimi passi dalla figura, retrocedente, quando questa, giunta
all'estremita' della stanza di velluto, si volse bruscamente e affronto' il
proprio inseguitore. Si intese un grido lacerante, e la spada si abbatte' in
uno sfavillio sul nero del tappeto, sopra il quale, un attimo dopo, cadde
prostrato nella morte il principe Prospero. Allora, raccogliendo in se' il
folle coraggio della disperazione, un gruppo di baldorianti si precipito' nella
stanza nera e afferro' il travestito, la cui alta figura stava eretta e
immobile entro l'ombra della pendola d'ebano, ma un gemito di indicibile orrore
usci' dai loro petti quando essi si accorsero che le vesti funerarie e la
maschera cadaverica che avevano strette con tanta violenta rudezza non
contenevano alcuna forma tangibile.

E allora tutti compresero e riconobbero la presenza della "morte rossa" giunta
come un ladro nella notte, e a uno a uno i gaudenti giacquero nelle sale
irrorate di sangue delle loro gozzoviglie, e ciascuno mori' nell'atteggiamento
disperato in cui era caduto. E la vita della pendola d'ebano si estinse con
quella dell'ultimo dei baldorianti. E le fiamme dei tripodi si spensero. E
l'Oscurita', la Decomposizione e la Morte rossa regnarono indisturbate su
tutto.



Ultima modifica di NinfaEco il Ven 10 Set 2010 - 22:12 - modificato 1 volta.

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io amo quest'uomo

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Il Seppellimento Prematuro


Vi sono alcuni argomenti d'interesse vivissimo, avvincenti, ma troppo
totalitariamente orribili agli scopi di una giustificata invenzione. Da
questi il romanziere puro deve astenersi, se non vuole offendere o
disgustare. Possono essere trattati giustificatamente solo quando siano
santificati e avvalorati dalla severita' e dalla maesta' del Vero. Noi ci
emozioniamo, per esempio, di un'acutissima e "piacevolissima sofferenza"
alle descrizioni del passaggio della Beresina, del terremoto di Lisbona,
della peste di Londra, del massacro di San Bartolomeo, o della morte per
soffocazione dei centoventitre' prigionieri nel Black Hole di Calcutta.
Ma in queste descrizioni e' il fatto, e' la realta', e' la storia
l'elemento che emoziona; come invenzioni le considereremmo con vero
aborrimento.

Ho citato solo alcune tra le piu' famose e note calamita', ma in queste
e' non soltanto la portata, ma l'aspetto stesso della calamita' cio' che
cosi' vivamente impressiona la fantasia. Non ho bisogno di ricordare al
lettore che dalla lunga e lugubre enumerazione delle umane miserie avrei
potuto scegliere molti casi singoli piu' impregnati di sofferenza
essenziale che non uno solo di questi immani disastri generici.
L'infelicita' vera, l'afflizione suprema e' delimitata, non diffusa. E
che le estreme ambasce dell'agonia siano sopportate dall'uomo individuo,
non mai dall'uomo massa... sia ringraziato di questo un Dio
misericordioso! Essere seppelliti ancora vivi e' senza dubbio il piu'
spaventoso di questi estremi che mai sia toccato in sorte a essere
mortale. Che cio' sia accaduto frequentemente, assai frequentemente, non
sara' certo negato da coloro che pensano. I confini delimitanti la Vita
dalla Morte sono innegabilmente tenebrosi e vaghi. Chi puo' dire dove
quella finisce e dove questa incomincia? Sappiamo che esistono malattie
in cui avviene una cessazione totale di ogni apparente funzione di vita,
e nondimeno queste cessazioni non sono che semplici sospensioni, per
chiamarle col loro giusto nome, non sono che pause temporanee nel
meccanismo incomprensibile. Trascorre un certo periodo di tempo, ed ecco
che un invisibile misterioso principio rimette in moto i magici
ingranaggi, le fatate ruote. La corda argentea non era allentata per
sempre, l'aurea ciotola non era stata irreparabilmente spezzata, ma dove
si trovava l'anima frattanto?

Indipendentemente comunque dall'inevitabile conclusione aprioristica che
tali cause debbono produrre tali effetti, che il ben noto avverarsi di
simili casi d'interrotta vitalita' devono naturalmente dare origine di
quando in quando a inumazioni premature, e indipendentemente da questa
considerazione abbiamo la testimonianza diretta dell'esperienza comune e
di quella medica a riprova che molti seppellimenti del genere sono
effettivamente avvenuti. Potrei riferirmi subito, se fosse necessario, a
cento esempi ampiamente documentati. Uno di questi fatti, notevolissimo,
e le cui circostanze sono forse ancora vive nel ricordo di qualcuno tra i
miei lettori, accadde non molto tempo fa, nella vicina citta' di
Baltimora, dove suscito' un'emozione penosa, intensa, vastissima. La
moglie di uno tra i cittadini piu' rispettabili, avvocato di grido e
membro del Congresso, fu colta da un'improvvisa inspiegabile malattia,
che eluse in modo assoluto la competenza dei medici. Dopo molto soffrire
la donna mori', o si credette che fosse morta. Nessuno infatti sospettava
o aveva motivo di sospettare che non fosse veramente morta. Presentava
tutti i tratti caratteristici della morte. Il volto aveva assunto il
consueto profilo affilato e infossato. Le labbra avevano il tipico
pallore del marmo. Gli occhi avevano perso ogni lucentezza. Ogni calore
aveva abbandonato le rigide membra. I battiti e le pulsazioni erano
cessate. Per tre giorni il corpo rimase esposto insepolto, acquistando in
questo periodo di tempo una rigidita' petrigna. In breve i funerali
vennero affrettati causa il rapido progredire di quella che si supponeva
essere la decomposizione del cadavere.

La signora fu deposta nella tomba di famiglia dove giacque indisturbata
per tre anni consecutivi. Allo spirare di questo termine la tomba fu
riaperta per accogliervi un sarcofago... ma quale spaventosa emozione
attendeva il marito, il quale aveva aperto personalmente l'ingresso della
tomba. Mentre le porte giravano lentamente sui cardini un oggetto
biancovestito gli cadde tra le braccia con un secco rumore. Era lo
scheletro della moglie avvolto nel sudario non ancora consunto.

Un'accurata inchiesta dimostro' senza possibilita' di dubbio che la donna
era tornata in vita due giorni dopo essere stata inumata, che il suo
dibattersi entro la bara aveva fatto si' che questa cadesse, da uno
sporto o sostegno, al suolo, dove si era sfasciata, in modo da consentire
alla donna la fuga. Una lampada lasciata casualmente piena d'olio presso
la tomba fu trovata vuota; poteva pero' anche darsi che si fosse esaurita
per effetto di evaporazione. Sui gradini superiori che conducevano nella
camera mortuaria fu rinvenuto un grosso frammento del feretro col quale
si suppose ella avesse tentato di attirare l'attenzione colpendo
ripetutamente il portale di ferro. In questo tentativo ella doveva essere
probabilmente svenuta o fors'anche morta di semplice terrore, e nel
cadere il suo lenzuolo funebre si era impigliato in un ornamento di ferro
che sporgeva dall'interno. Cosi' era rimasta e cosi' si era putrefatta in
posizione eretta.

Nell'anno 1810 si ebbe in Francia un caso di inumazione vivente,
testimoniato da circostanze che avvalorano l'asserto che la realta' e'
invero piu' strana della fantasia. L'eroina di questa vicenda fu una
certa mademoiselle Victorine Lafourcade, una giovinetta discendente da
illustre famiglia, ricchissima e bellissima. Tra i suoi numerosi
spasimanti vi era un certo Julien Bossuet, un povero "litterateur", o
giornalista che dir si voglia, parigino. Il suo talento e il suo fascino
in genere avevano attratto l'interesse dell'ereditiera, dalla quale
sembra egli sia stato sinceramente amato, ma l'orgoglio di nascita la
decise infine a respingere il giovane e a sposare un certo monsieur
Renelle, banchiere e diplomatico di qualche fama. Dopo il matrimonio
tuttavia costui trascuro' e fors'anche maltratto' effettivamente la
giovane sposa. Dopo aver trascorso con lui alcuni anni infelicissimi, la
donna mori', o per lo meno il suo stato rassomigliava talmente alla morte
da ingannare chiunque la vide sul letto funebre. Venne sepolta, non in
una cripta, ma in una tomba comune del villaggio in cui era nata. In
preda alla disperazione e ancora infiammato dal ricordo di un profondo
attaccamento, l'innamorato lascia la capitale e si reca nella lontana
provincia dove sorge il villaggio, nel romantico intento di dissotterrare
il cadavere e di appropriarsi delle lussureggianti trecce dell'amata.
Giunge cosi' alla tomba. A mezzanotte infatti dissotterra la bara e
l'apre e sta per recidere i capelli quando e' fermato in questo gesto dal
riaprirsi degli occhi adorati. La donna infatti era stata seppellita
viva. L'alito vitale non l'aveva ancora del tutto abbandonata, e le
carezze dell'innamorato la risvegliarono dal letargo che era stato
erroneamente confuso con la morte. In preda alla piu' profonda emozione
l'uomo la trasporto' nella cameretta che aveva preso in affitto al
villaggio, uso' alcuni energici ricostituenti suggeritigli da cognizioni
mediche tutt'altro che scarse e infine la giovane donna rivisse.
Riconobbe il suo salvatore e rimase con lui sino a quando, a poco a poco
e per gradi, non ebbe ricuperata del tutto la salute. Il suo cuore di
donna non era adamantino, e quella suprema lezione d'amore basto' per
raddolcirlo. Dono' tutto il suo affetto a Bossuet, e senza piu' tornare
presso il marito, ma anzi nascondendogli la propria resurrezione, fuggi'
in America con l'amante. Vent'anni dopo i due rientrarono in Francia
convinti che il tempo avesse talmente mutato l'aspetto della signora che
i suoi amici non avrebbero potuto ravvisarla; ma s'ingannavano, che', al
primo incontro, monsieur Renelle riconobbe immediatamente la propria
moglie e la reclamo' a se'. La donna pero' si oppose alle pretese del
marito e il tribunale appoggio' il suo rifiuto dichiarando che
circostanze particolarissime, oltre a quel lungo trascorrere di anni,
avevano annullato non solo moralmente ma anche di diritto i legami
maritali.

La "Rivista di Chirurgia" di Lipsia, un periodico di gran merito e
autorita' che qualche editore americano farebbe bene a tradurre e a
pubblicare, registra in un suo numero recente un tragico esempio di
simili casi.

Un ufficiale d'artiglieria, di statura gigantesca e di salute
robustissima, in seguito a una caduta da cavallo si feri' al capo in modo
assai grave, tanto da perdere immediatamente i sensi; il cranio ne ebbe a
subire una lieve frattura; tuttavia nessuno temette un pericolo
immediato. Gli venne praticata con successo la trapanazione; fu poi
salassato, e furono adottati molti dei soliti rimedi del caso. L'uomo
sprofondo' nondimeno a poco a poco in uno stato di sopore sempre piu'
disperato, sinche' si ritenne che fosse morto.

La stagione era calda, ed egli venne inumato con fretta eccessiva in un
pubblico cimitero. I suoi funerali vennero celebrati un giovedi'. La
domenica successiva il cimitero era come al solito affollato di
visitatori, e verso il mezzogiorno si sparse un vivo panico tra la folla
in seguito alle asserzioni di un contadino il quale dichiaro' che mentre
sedeva sulla tomba dell'ufficiale aveva distintamente avvertito uno
scuotimento del terreno, come se qualcuno da sotto si dibattesse. A tutta
prima non fu dato peso alle affermazioni dell'uomo, ma il suo palese
terrore e l'ottusa pertinacia con la quale seguitava a ripetere il suo
racconto produssero tra la gente il loro logico effetto. Qualcuno si
procuro' in tutta fretta delle zappe, e in capo a pochi minuti la tomba
che era stata scavata in modo veramente ignominioso, a pochissima
profondita', venne scoperta con tanta violenza che subito affioro' la
testa del suo occupante. Costui tuttavia era apparentemente morto, ma
sedeva eretto dentro il feretro di cui nel suo furioso dibattersi egli
aveva parzialmente sollevato il coperchio.

Fu subito trasportato al piu' vicino ospedale dove venne dichiarato
ancora vivo, benche' in stato asfittico. Dopo alcune ore rinvenne,
riconobbe varie persone di sua conoscenza, e con frasi rotte descrisse la
angosce allucinanti da lui esperimentate nella tomba.

Da quanto egli narro' apparve evidente che dovette rimanere conscio della
vita per oltre un'ora, mentre veniva inumato, prima di cadere
nell'insensibilita'. La tomba era stata riempita con noncuranza e
scarsamente di un humus eccessivamente poroso che vi lascio' pertanto
penetrare un poco d'aria. Egli intese i passi della folla sopra di lui e
tento' di farsi intendere a sua volta. Era stato il brusio entro il
recinto del cimitero, spiego', che probabilmente lo aveva risvegliato dal
profondo sonno in cui era piombato; ma non appena fu sveglio si rese
conto di tutta la terribilita' della spaventosa situazione in cui si
trovava.

Il giornale riporta che questo malato era gia' in via di miglioramento e
pareva ormai prossimo alla guarigione, allorche' cadde vittima delle
esperienze ciarlatanesche di medici incapaci. Gli fu applicata la
batteria galvanica, e il disgraziato spiro' in uno di quei parossismi
estatici che a volte tale apparecchio produce.

Parlando della batteria galvanica mi rammento a questo proposito di un
caso notissimo e del tutto straordinario nel quale la sua applicazione
permise di richiamare in vita un giovane avvocato londinese sepolto da
due giorni. Questo fatto accadde nel 1831 e produsse in quel tempo una
impressione vivissima, divenendo l'argomento di tutte le conversazioni.

Il paziente, certo Edward Stapleton, era morto apparentemente di febbre
tifoidea accompagnata da alcuni sintomi anormali che avevano risvegliato
la curiosita' dei medici che lo curavano. Al momento del suo apparente
decesso i suoi amici furono pregati di concedere l'autopsia dello
Stapleton, ma costoro si rifiutarono. Come spesso accade quando avvengono
simili rifiuti, i medici decisero di esumare il cadavere e di sezionarlo
con comodo e in privato. Si accordarono senza difficolta' con una delle
numerose bande di dissotterratori di cadaveri di cui Londra abbonda, e la
terza notte successiva alle esequie il supposto cadavere fu asportato da
una tomba profonda piu' di due metri e deposto nella sala operatoria di
una clinica privata.

Gia' era stata praticata nell'addome un'incisione di una certa entita',
allorche' l'aspetto fresco e assolutamente indecomposto del soggetto
suggeri' l'applicazione della batteria. A un'esperienza ne succedette
un'altra, e subentrarono gli effetti consueti senza nulla che li
caratterizzasse in modo particolare all'infuori, forse, in qualche
momento, di un'apparenza di vita un poco superiore a quella comunemente
ottenuta in simili casi durante l'azione convulsiva.

Intanto si era fatto tardi. Gia' stava per albeggiare, e si ritenne
opportuno di procedere senza ulteriori indugi alla dissezione. Uno
studente pero', tra quel gruppo di medici, era particolarmente desideroso
di esperimentare una teoria sua propria, e insistette pertanto
nell'applicazione della batteria a uno dei muscoli pettorali. Fu eseguita
un'incisione sommaria, e un filo venne messo rapidamente in contatto, al
che il paziente con un movimento rapido ma per nulla convulso, si levo'
dal tavolo anatomico, avanzo' nel mezzo della stanza, si guardo' attorno
smarrito per pochi secondi e infine... parlo'. Cio' che disse rimase
inintellegibile, ma alcune parole furono pronunciate e la sillabazione
era chiara. Dopo aver parlato cadde pesantemente al suolo.

Per alcuni istanti tutti rimasero paralizzati dalla paura, ma ben presto
l'urgenza del caso riporto' nei presenti la necessaria padronanza dei
nervi. Apparve subito chiaro che lo Stapleton era ben vivo, ancorche' in
deliquio. Fu subito ravvivato con un'applicazione di etere, e fu
rapidamente restituito alla salute e alla compagnia dei suoi amici, ai
quali tuttavia fu tenuto nascosto il modo dela sua resurrezione, dal
momento che non vi era piu' motivo di temere una ricaduta. E' facile
immaginare il loro stupore, la loro rapita meraviglia.

Ma i particolari piu' emozionanti di questa vicenda sono contenuti nelle
dichiarazioni dirette dello Stapleton. Egli afferma di non essere mai
stato completamente insensibile, che, sia pure in modo incerto e confuso,
egli era consapevole di quanto accadeva intorno a lui, dal momento che fu
dichiarato MORTO dai suoi medici, sino al momento in cui cadde svenuto
sul pavimento della clinica. "Sono vivo", furono le inafferrabili parole
che egli si era sforzato di pronunciare nella sua disperazione, non
appena ebbe riconosciuto come sala anatomica il luogo in cui si trovava.

Mi sarebbe facile moltiplicare esempi del genere, ma me ne astengo,
poiche' non ne abbiamo in realta' bisogno per dimostrare il fatto ben
riconosciuto del frequente avverarsi di seppellimenti prematuri. Se
riflettiamo quanto raramente, data la natura del caso, ci sia possibile
accertarli, dobbiamo ammettere che e' possibile avvengano FREQUENTEMENTE,
a nostra insaputa. Accade raramente infatti che si scoperchino le tombe
di un cimitero senza che vi si trovino scheletri in posizioni tali da
suggerire il piu' spaventoso dei sospetti.

Ma se spaventoso e' tale sospetto, quanto piu' spaventoso il destino! Si
puo' asserire senza esitazione che NESSUNA cosa al mondo e' piu'
terrificantemente atta a ispirare il culmine dell'ambascia sia fisica che
mentale quanto un seppellimento prima della morte. L'intollerabile
oppressione dei polmoni, le esalazioni soffocanti della terra umida,
l'appiccicaticcio degli indumenti funebri, il rigido amplesso
dell'angusta dimora, le tenebre della Notte totale, il silenzio simile a
un dilagante mare, l'invisibile e pur tangibile presenza del Verme
Conquistatore, tutto cio' col pensiero dell'aria e dell'erba sopra di
noi, col ricordo degli amici cari che volerebbero a salvarci se sapessero
del nostro destino, e la consapevolezza che di questo nostro destino MAI
essi saranno informati, che la nostra disperata sorte e' quella dei
veramente morti, tutte queste riflessioni, dico, riempiono il cuore che
ancora palpita di un cosi' spaventoso e intollerabile orrore che anche la
piu' audace immaginazione ne arretra atterrita. Non possiamo pensare a
nulla di piu' angosciante sulla Terra, non possiamo fantasticare di nulla
di piu' ripugnante sia pur nei regni del piu' profondo Inferno. Ecco
perche' tutti i racconti vertenti su questo argomento sono rivestiti di
un vivo interesse, un interesse tuttavia che pur attraverso il terrore
reverenziale dell'argomento in se', dipende in modo particolare dal
nostro convincimento circa la VERITA' della vicenda narrata.
Quel che sto ora per riferire mi e' noto in modo diretto e per esperienza
positiva e personale.

Ero soggetto da parecchi anni a crisi di uno strano disordine fisico che
i medici si sono accordati nel definire catalessi, in mancanza di un
appellativo piu' appropriato. Ancorche', sia le cause immediate quanto
quelle predisponenti, e persino la diagnosi di questa malattia rimangono
tuttora un mistero, il suo carattere ovvio e apparente e' ormai
sufficientemente noto. Sembra che le sue variazioni siano soprattutto
d'intensita'. A volte il paziente giace per un giorno solo, o fors'anche
per un periodo di tempo piu' breve, in una specie di letargo eccessivo.
E' insensibile ed esteriormente immobile, ma le pulsazioni del cuore sono
ancora debolmente percettibili, qualche traccia di calore ancora rimane,
un lieve colore indugia al sommo delle guance, e allorche' sia avvicinato
alle labbra uno specchio, ancora possiamo avvertire l'azione dei polmoni
per quanto torpida, ineguale, oscillante. Quindi lo stato ipnotico puo'
perdurare anche per settimane, persino dei mesi, mentre il piu' attento
esame e le piu' rigorose prove mediche non riescono a stabilire alcuna
distinzione materiale tra le condizioni del paziente e cio' che noi
sappiamo della morte totale. Di solito egli e' salvato da un'inumazione
prematura soltanto per la conoscenza che hanno i suoi amici del suo
essere stato altre volte soggetto a catalessi, dal conseguente sospetto
che ne scaturisce e soprattutto per la non comparsa di decomposizione.

Fortunatamente l'avanzare della malattia e' graduale. Per quanto
accentuate, le prime manifestazioni non si prestano a equivoco. Gli
attacchi si fanno successivamente sempre piu' distinti, protraendosi
ciascuno per un periodo di tempo sempre piu' lungo del precedente. In
questo consiste la maggior garanzia contro un'eventuale inumazione. Il
disgraziato il cui PRIMO accesso dovesse essere di quella estrema
gravita' che a volte capita, sarebbe quasi inevitabilmente consegnato
vivo alla tomba.

Il mio caso personale non differiva per nessun particolare degno di nota
da quelli citati nei libri di medicina. A volte, senza alcuna causa
apparente, io cadevo a poco a poco in uno stato di semisincope, o di
quasi deliquio; e questo senza dolore, senza possibilita' di muovermi
ne', strettamente parlando, di pensare, ma con la vaga letargica
consapevolezza di vita e con l'opaca sensazione della presenza di coloro
che attorniavano il mio letto. In questo stato rimanevo sino a che la
crisi della malattia mi restituiva di colpo a una sensibilita' perfetta.
In altri momenti invece ero colpito rapidamente, d'impeto. Mi sentivo
male, diventavo inerte, freddo, stordito, e cadevo subito prostrato.
Allora per settimane tutto intorno a me era vuoto, tenebre e silenzio, e
il Nulla diveniva l'universo. L'annientamento totale non avrebbe potuto
essere peggiore. Da questi ultimi attacchi mi risvegliavo pero' con una
gradazione lenta in proporzione alla subitaneita' dell'attacco. Proprio
come spunta il giorno per il mendicante senza casa e senza amici che va
errando per le vie della citta' nella lunga desolata notte invernale, con
la stessa lentezza, con la stessa stanchezza, e pur con la stessa gioia
si rifaceva in me la luce dell'Anima.

Comunque, nonostante questa predisposizione all'ipnosi, il mio stato
generale di salute appariva buono, ne' era possibile accorgersi che io
fossi in realta' affetto da una malattia predominante, a meno che non sia
da considerarsi come un sintomo una certa idiosincrasia nel mio SONNO
ordinario. Infatti risvegliandomi non riuscivo mai a recuperare
immediatamente il completo possesso dei miei sensi, e restavo sempre per
lunghi minuti in uno stato di grande stupore e perplessita', mentre le
facolta' mentali in genere e la memoria in particolare venivano a
trovarsi in condizioni di inferiorita' assoluta.

In tutti questi miei disturbi non vi era sofferenza fisica, ma
un'infinita angoscia morale. La mia fantasia si faceva macabra.
Discorrevo senza posa "di vermi, di tombe, di epitaffi". Mi perdevo in
fantasticherie di morte e il pensiero dell'inumazione prematura mi
ossessionava costantemente il cervello. Lo spettrale Pericolo cui ero
soggetto mi perseguitava notte e giorno. Nella prima le torture della
meditazione erano eccessive, nel secondo intollerabili. Quando le tetre
Tenebre avviluppavano la Terra, io allora rabbrividivo al solo terrore di
dover ancora pensare... rabbrividivo come rabbrividiscono sul carro
funebre gli ondeggianti pennacchi. Allorche' la Natura non riusciva piu'
a sopportare lo stato di veglia, era solo dopo uno sforzo violento che io
cedevo al sonno, poiche' mi agghiacciava il timore di trovarmi al
risveglio abitatore di una tomba. E allorche' infine cadevo in una specie
di sonnolenza, cio' era solo per sentirmi trasportato immediatamente in
un mondo di fantasmi, al disopra del quale si librava sovrana, unica,
sepolcrale, l'Idea.

Dalle innumerevoli immagini d'incubo che cosi' mi angosciavano nel sogno
traggo per narrarla quest'unica visione solitaria. Probabilmente ero
immerso in una ipnosi catalettica di durata e di profondita' piu' intense
del consueto. D'improvviso una mano di ghiaccio si poso' sulla mia
fronte, e una voce impaziente, sconnessa, mi sussurro' all'orecchio:
- Alzati!

Mi posi a sedere eretto. Le tenebre erano assolute. Non riuscivo a
distinguere la figura di colui che mi aveva risvegliato. Non mi era
possibile richiamare alla memoria ne' il momento in cui ero caduto
nell'ipnosi, ne' il luogo in cui attualmente giacevo. Mentre restavo
cosi' immobile sforzandomi di raccogliere i miei pensieri, la fredda mano
mi afferro' selvaggiamente per il polso scuotendomelo con veemenza mentre
la voce sconnessa mi ripeteva: - Alzati! Non ti ho forse ordinato di
alzarti? - E tu chi sei? - chiesi. - Non ho nome nelle regioni in cui
dimoro, - replico' lamentosamente la voce; - ero mortale, oggi sono
demone. Fui spietato, oggi sono pietoso: tu senti che io rabbrividisco. I
miei denti battono mentre parlo, ma non e' per il rigore della notte,
bensi' della notte senza fine. Ma questa laidezza e' intollerabile. Come
puoi TU dormire tranquillo? Io non so riposare al grido di queste immani
agonie. Questi spettacoli oltrepassano ogni sopportazione. Alzati! Vieni
con me nella Notte eterna, e lascia che io ti riveli le tombe. Non e'
forse questa una visione d'angoscia? Guarda!

Guardai, e l'invisibile immagine che sempre mi teneva stretto per il
polso aveva fatto si' che le tombe dell'umanita' tutta si
scoperchiassero; ed ecco che da ciascuna di esse emanava il fievole
fosforico chiarore della decomposizione, cosicche' io potei vedere sin
dentro i piu' riposti recessi e contemplare i corpi avviluppati in sudari
nei loro malinconici solenni sonni col verme. Ma, ahime'! I veri
dormienti erano in numero di molti milioni inferiore a coloro che non
dormivano affatto, e dappertutto era un fioco dibattersi, e dappertutto
una comune cupa irrequietezza, e dalle profondita' delle innumerevoli
buche si levava dalle vesti dei sepolti un triste fruscio. E di coloro
che sembravano tranquillamente riposare vidi che molti avevano mutato in
grado maggiore o minore la rigida scomoda posizione nella quale erano
stati originariamente deposti. E la voce nuovamente mi disse mentre io
guardavo: - Non e', oh, non e' DUNQUE uno spettacolo miserando? - Ma
prima che io potessi trovare le parole per rispondere, la figura aveva
cessato di stringermi il polso, le luci fosforescenti erano svanite, e le
tombe si erano rinchiuse con improvvisa violenza mentre da esse usciva un
tumulto di implorazioni disperate che ripetevano senza posa: "Non e'...
Oh, Dio! non e' DUNQUE uno spettacolo miserando?".

Allucinazioni come queste che mi si presentavano la notte, prolungavano
il loro pauroso influsso per molte ore anche dopo il mio risveglio. I
miei nervi divennero eccitabilissimi, e io ero caduto in preda a un
timore perpetuo. Non osavo cavalcare, ne' camminare, ne' applicarmi a un
esercizio fisico qualsiasi che mi portasse lontano da casa. Infatti non
mi fidavo piu' ad uscire fuor dela presenza immediata di coloro che erano
al corrente della mia predisposizione alla catalessi, per il timore, se
fossi stato colto da una delle mie crisi consuete, di essere seppellito
prima che accertassero le mie vere condizioni di salute. Dubitavo ormai
anche delle cure e della lealta' dei miei amici piu' cari. Paventavo che
durante un attacco di durata superiore al normale essi potessero essere
indotti a considerarmi irrevocabilmente perduto. Giunsi persino a temere
che, poiche' ero cagione di molto disturbo, potessero essere lieti di
ritenere un attacco troppo prolungato scusa sufficiente per sbarazzarsi
definitivamente di me. Invano essi tentavano di acquietarmi con promesse
solenni. Io pretesi i giuramenti piu' sacri affinche' per nessun motivo
mi avessero a seppellire sino a quando la decomposizione fosse
materialmente tanto progredita da rendere impossibile ogni ulteriore
conservazione. Ma anche cosi' i miei terrori mortali non intendevano
ragione, non accettavano conforto alcuno.
Cominciai a premunirmi con complicate cautele. Feci trasformare tra
l'altro la mia cappella di famiglia in modo che fosse facilmente apribile
dall'interno. Sarebbe bastata una lievissima pressione su una lunga leva
che si estendeva sin nell'interno della tomba perche' i portali di ferro
si aprissero immediatamente. Sistemai anche vari dispositivi onde l'aria
e la luce potessero entrare liberamente, e nicchie apposite per cibo e
acqua alla portata immediata della bara destinata ad accogliermi. Questa
bara era stata imbottita con stoffe morbide e calde, ed era provveduta di
un coperchio costruito secondo il principio dell'uscio della cripta, con
l'aggiunta di molle congegnate in modo che anche il piu' piccolo
movimento del corpo sarebbe bastato a farlo scattare. Oltre a tutto
questo avevo fatto sospendere al soffitto della tomba una grossa campana
la cui fune doveva estendersi attraverso un'apertura sin entro il
feretro, ed essere in tal modo legata a una mano del cadavere, ma ahime'!
A che serve l'oculatezza contro il destino? Neppure queste accuratamente
studiate provvidenze valsero a salvare delle indicibili ambasce
dell'inumazione vivente me sciagurato a queste ambasce predestinato!

Giunse un tempo, come del resto gia' era accaduto altre volte, in cui mi
trovai a emergere da uno stato di incoscienza totale alla prima
debolissima indefinita sensazione di esistere. Lentamente, con lentezza
da tartaruga, si avvicinava l'incerta grigia alba del giorno psichico.
Un'inquietudine torpida, un'apatica sopportazione di una sofferenza
sorda. Nessuna preoccupazione, nessuna speranza, nessuno sforzo. Poi,
dopo un lungo intervallo, un ronzio nele orecchie, poi ancora, dopo un
tempo ancora piu' lungo, un senso di titillamento, di vellicamento alle
estremita', poi un periodo apparente eterno di gradevole quiescenza,
durante il quale la sensibilita' risvegliantesi si sforza di divenire
pensiero; quindi un breve riaffondare nel non essere, e subito
un'improvvisa ripresa. Infine la leggera vibrazione di una palpebra e
subito dopo una scossa elettrica di terrore indefinito, mortale, che
sospinge a torrenti il sangue dalle tempie al cuore. Poi il primo
tentativo di ricordare, e un successo labile, parziale. E infine la
memoria ha riconquistato sufficientemente il dominio di se', tanto da
consentirmi in una certa misura di comprendere il mio stato. Capisco di
non risvegliarmi da un sonno ordinario. Rammento di essere caduto in
catalessi. Ed ecco che infine come dal mareggiare di un oceano in furore
il mio rabbrividente spirito e' sopraffatto dall'unico tetro Pericolo,
dall'unica spettrale ossessionante Idea.

Per alcuni minuti dopo che questo stato ossessivo si era impadronito di
me io rimasi senza moto. E perche'? Non riuscivo a raccogliere il
coraggio per muovermi: non osavo compiere lo sforzo che mi avrebbe
assicurato della mia sorte, e nondimeno vi era qualcosa nel mio cuore che
mi sussurrava ESSERE QUESTA SORTE CERTA. La disperazione, quale
nessun'altra forma d'infelicita' sa evocare nell'essere, la disperazione
soltanto mi incalzo', dopo una lunga irresoluzione, a sollevare le mie
palpebre pesanti. Le alzai. Oscurita', tutto era oscurita'. Sapevo che la
crisi era passata. Sapevo di avere da tempo superato l'attacco del mio
male. Ero sicuro di avere ormai recuperato pienamente l'uso delle mie
facolta' visive, e tuttavia tutto era tenebre, tenebre fitte, era
l'assoluta indicibile mancanza di luce della Notte che dura eterna.

Tentai di urlare, e le mie labbra e la mia lingua riarsa si mossero
convulse e contemporanee in questo tentativo, ma nessuna voce usci' dai
polmoni cavernosi, i quali come oppressi dal peso di una enorme massa
montagnosa incombente ansimavano e palpitavano unitamente al mio cuore, a
ogni movimento inspiratorio, affannoso e scattante.

Il moto delle mascelle in questo sforzo di urlare mi rivelo' che esse
erano legate come si fa solitamente coi morti. Compresi inoltre di essere
disteso su qualcosa di duro, e da un'analoga sostanza erano pure
strettamente compressi i miei fianchi. Sino a quel momento non mi ero
arrischiato a muovere uno solo dei miei arti. Ma ecco che ora alzai
violentemente le braccia che erano state poggiate in lunghezza con i
polsi incrociati. Esse colpirono una materia solida, lignea, la quale si
stendeva sulla mia persona a un'altezza dal viso non superiore ai venti
centimetri. Infine non mi fu piu' possibile dubitare di essere veramente
adagiato entro un sarcofago.

Ma ecco che, in mezzo a tutte le mie infinite angosce, giunse dolce la
cherubica Speranza; pensai infatti alle precauzioni che avevo prese. Mi
contorsi, mi agitai spasmodicamente per forzare il coperchio, ma esso non
si mosse. Mi tastai i polsi in cerca della fune della campana, ma non la
trovai. Ed ecco che la Confortatrice se ne fuggi' per sempre, e una
ancora piu' cupa Disperazione regno' sovrana, poiche' avvertii subito la
mancanza delle imbottiture che io avevo con tanta cura preparate; ed ecco
pure che giunse improvvisamente alle mie nari il forte caratteristico
odore della terra umida. La mia conclusione fu una sola. Io NON ero
dentro la cripta. Ero caduto vittima dell'ipnosi mentre mi trovavo
lontano da casa, tra estranei, quando e come non mi era possibile
ricordare, e costoro mi avevano seppellito come un cane, mi avevano
inchiodato in una rozza bara, mi avevano gettato, giu', giu', e per
sempre, in una FOSSA comune e senza nome.

Mentre questo spaventoso convincimento si faceva strada nei piu' riposti
recessi della mia anima, tentai ancora una volta di chiamare a gran voce,
e in questo secondo sforzo riuscii. Un urlo lungo, forsennato, continuo,
un'ululato d'agonia risuono' attraverso i regni della Notte sotterranea.

- Ehi! ehi!, su! - mi rispose una voce rozza.
- Che diavolo succede adesso? - esclamo' una seconda.
- Esci di qua! - disse una terza.
- Che cosa ti viene in mente di strillare a quella maniera come un
indemoniato? - brontolo' una quarta. Dopodiche' fui afferrato e scosso
senza cerimonie e per parecchi minuti da un gruppo di uomini dall'aspetto
volgare. Non mi risvegliarono da uno stato di sonnolenza, poiche' quando
mi ero messo a gridare ero completamente sveglio, ma mi restituirono al
pieno possesso della mia memoria.

Questa avventura mi tocco' vicino a Richmond, nella Virginia. In
compagnia di un amico mi ero spinto durante una partita di caccia per
alcune miglia lungo le rive del fiume James. Era sopraggiunta la notte e
fummo colti da una tempesta. La cabina di una piccola scialuppa ancorata
nel fiume e ricoperta di muffa ci aveva consentito il solo rifugio
disponibile. Facemmo buon viso a cattivo gioco, e trascorremmo la notte a
bordo. Io mi misi a dormire in una delle due uniche cuccette
dell'imbarcazione; e le cuccette di una scialuppa di sessanta o settanta
tonnellate non hanno bisogno di essere descritte. Quella da me occupata
non aveva ne' materasso ne' lenzuola. La sua ampiezza massima non
superava i quarantacinque centimetri. La distanza del suo fondo dal ponte
sovrastante era precisamente la stessa. Mi era stato estremamente
difficile infilarmici dentro. Nondimeno avevo dormito profondamente, e la
mia visione, poiche' non era stato ne' un sogno ne' un incubo, era stata
provocata naturalmente dalla mia positura, dal corso dei miei pensieri e
dalla difficolta' alla quale ho accennato di raccogliere i miei sensi e
soprattutto di dominare la memoria se non molto tempo dopo il risveglio.
Gli uomini che mi avevano scosso facevano parte dell'equipaggio della
scialuppa, e tra essi vi erano anche alcuni giornanti ingaggiati nello
scarico di essa. Era appunto dal carico dell'imbarcazione che giungeva
quell'odore terrigno. La benda che mi legava le mascelle era un
fazzoletto di seta in cui mi ero avvolto il capo in mancanza della mia
solita berretta da notte.

Comunque, le torture che io sopportai in quell'occasione furono
indubbiamente identiche a quelle di una sepoltura effettiva. Furono
paurose... inconcepibilmente orride; ma dal Male sempre procede il Bene,
poiche' il loro stesso eccesso provoco' nel mio spirito un capovolgimento
inevitabile. Il mio spirito acquisto' tono, acquisto' carattere. Mi recai
all'estero. Feci molto esercizio fisico. Respirai la libera aria del
Firmamento. I miei pensieri si staccarono dalla Morte per posarsi su
altri argomenti. Gettai i miei libri di medicina. Bruciai Buchan, non
lessi piu' "Pensieri notturni", non piu' cerebrali racconti di cimiteri,
non piu' storie immaginarie di terrore, COME QUESTA. Divenni in una
parola un uomo nuovo e vissi una vita da uomo. Da quella notte memorabile
scacciai per sempre i miei timori da ossario, e con essi scomparve il
disordine catalettico di cui questi piu' che la causa erano stati la
conseguenza.

Vi sono momenti in cui per l'occhio limpido della Ragione il mondo della
nostra triste Umanita' puo' assumere le sembianze di un Inferno, ma
l'immaginazione dell'uomo non e' Carati per esplorare impunemente ogni
sua caverna. Ahime'! La lugubre regione dei sepolcrali terrori non puo'
essere ritenuta del tutto fantastica; ma al pari dei Demoni in compagnia
dei quali Afrasiab compi' il suo viaggio lungo l'Osso, essi debbono
dormire, altrimenti ci divoreranno; bisogna costringerli al silenzio, o
altrimenti periremo.

4
NinfaEco
NinfaEco
Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
si lo amo

5
Il_Soldatino_di_Stagno
Il_Soldatino_di_Stagno
Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
Grande Poe.

Nella mia biblioteca "I racconti del terrore" fa bella mostra di sè.

:pale: :pale: :pale:

6
Arzach
Arzach
Viandante Residente
Viandante Residente
Anche io adoro Poe, è stata la prima lettura "seria" fatta da ragazzo. Intorno ai dieci anni, credo.

questa è una dlele poesie che mi piacciono di più. la riporto in inglese anche per coglierne meglio il suono, la metrica.

Annabel Lee

It was many and many a year ago,
In a kingdom by the sea,
That a maiden there lived whom you may know
By the name of ANNABEL LEE;
And this maiden she lived with no other thought
Than to love and be loved by me.

I was a child and she was a child,
In this kingdom by the sea;
But we loved with a love that was more than love-
I and my Annabel Lee;
With a love that the winged seraphs of heaven
Coveted her and me.

And this was the reason that, long ago,
In this kingdom by the sea,
A wind blew out of a cloud, chilling
My beautiful Annabel Lee;
So that her highborn kinsman came
And bore her away from me,
To shut her up in a sepulchre
In this kingdom by the sea.

The angels, not half so happy in heaven,
Went envying her and me-
Yes!- that was the reason (as all men know,
In this kingdom by the sea)
That the wind came out of the cloud by night,
Chilling and killing my Annabel Lee.

But our love it was stronger by far than the love
Of those who were older than we-
Of many far wiser than we-
And neither the angels in heaven above,
Nor the demons down under the sea,
Can ever dissever my soul from the soul
Of the beautiful Annabel Lee.

For the moon never beams without bringing me dreams
Of the beautiful Annabel Lee;
And the stars never rise but I feel the bright eyes
Of the beautiful Annabel Lee;
And so, all the night-tide, I lie down by the side
Of my darling- my darling- my life and my bride,
In the sepulchre there by the sea,
In her tomb by the sounding sea.

7
falansterio
falansterio
Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
Nessuno che abbia ancora citato The Raven (il Corvo)?

Once upon a midnight dreary, while I pondered weak and weary,
Over many a quaint and curious volume of forgotten lore,
While I nodded, nearly napping, suddenly there came a tapping,
As of some one gently rapping, rapping at my chamber door.
`'Tis some visitor,' I muttered, `tapping at my chamber door -
Only this, and nothing more.'

Ah, distinctly I remember it was in the bleak December,
And each separate dying ember wrought its ghost upon the floor.
Eagerly I wished the morrow; - vainly I had sought to borrow
From my books surcease of sorrow - sorrow for the lost Lenore -
For the rare and radiant maiden whom the angels named Lenore -
Nameless here for evermore.

And the silken sad uncertain rustling of each purple curtain
Thrilled me - filled me with fantastic terrors never felt before;
So that now, to still the beating of my heart, I stood repeating
`'Tis some visitor entreating entrance at my chamber door -
Some late visitor entreating entrance at my chamber door; -
This it is, and nothing more,'

Presently my soul grew stronger; hesitating then no longer,
`Sir,' said I, `or Madam, truly your forgiveness I implore;
But the fact is I was napping, and so gently you came rapping,
And so faintly you came tapping, tapping at my chamber door,
That I scarce was sure I heard you' - here I opened wide the door; -
Darkness there, and nothing more.

Deep into that darkness peering, long I stood there wondering, fearing,
Doubting, dreaming dreams no mortal ever dared to dream before;
But the silence was unbroken, and the darkness gave no token,
And the only word there spoken was the whispered word, `Lenore!'
This I whispered, and an echo murmured back the word, `Lenore!'
Merely this and nothing more.

Back into the chamber turning, all my soul within me burning,
Soon again I heard a tapping somewhat louder than before.
`Surely,' said I, `surely that is something at my window lattice;
Let me see then, what thereat is, and this mystery explore -
Let my heart be still a moment and this mystery explore; -
'Tis the wind and nothing more!'

Open here I flung the shutter, when, with many a flirt and flutter,
In there stepped a stately raven of the saintly days of yore.
Not the least obeisance made he; not a minute stopped or stayed he;
But, with mien of lord or lady, perched above my chamber door -
Perched upon a bust of Pallas just above my chamber door -
Perched, and sat, and nothing more.

Then this ebony bird beguiling my sad fancy into smiling,
By the grave and stern decorum of the countenance it wore,
`Though thy crest be shorn and shaven, thou,' I said, `art sure no craven.
Ghastly grim and ancient raven wandering from the nightly shore -
Tell me what thy lordly name is on the Night's Plutonian shore!'
Quoth the raven, `Nevermore.'

Much I marvelled this ungainly fowl to hear discourse so plainly,
Though its answer little meaning - little relevancy bore;
For we cannot help agreeing that no living human being
Ever yet was blessed with seeing bird above his chamber door -
Bird or beast above the sculptured bust above his chamber door,
With such name as `Nevermore.'

But the raven, sitting lonely on the placid bust, spoke only,
That one word, as if his soul in that one word he did outpour.
Nothing further then he uttered - not a feather then he fluttered -
Till I scarcely more than muttered `Other friends have flown before -
On the morrow he will leave me, as my hopes have flown before.'
Then the bird said, `Nevermore.'

Startled at the stillness broken by reply so aptly spoken,
`Doubtless,' said I, `what it utters is its only stock and store,
Caught from some unhappy master whom unmerciful disaster
Followed fast and followed faster till his songs one burden bore -
Till the dirges of his hope that melancholy burden bore
Of "Never-nevermore."'

But the raven still beguiling all my sad soul into smiling,
Straight I wheeled a cushioned seat in front of bird and bust and door;
Then, upon the velvet sinking, I betook myself to linking
Fancy unto fancy, thinking what this ominous bird of yore -
What this grim, ungainly, ghastly, gaunt, and ominous bird of yore
Meant in croaking `Nevermore.'

This I sat engaged in guessing, but no syllable expressing
To the fowl whose fiery eyes now burned into my bosom's core;
This and more I sat divining, with my head at ease reclining
On the cushion's velvet lining that the lamp-light gloated o'er,
But whose velvet violet lining with the lamp-light gloating o'er,
She shall press, ah, nevermore!

Then, methought, the air grew denser, perfumed from an unseen censer
Swung by Seraphim whose foot-falls tinkled on the tufted floor.
`Wretch,' I cried, `thy God hath lent thee - by these angels he has sent thee
Respite - respite and nepenthe from thy memories of Lenore!
Quaff, oh quaff this kind nepenthe, and forget this lost Lenore!'
Quoth the raven, `Nevermore.'

`Prophet!' said I, `thing of evil! - prophet still, if bird or devil! -
Whether tempter sent, or whether tempest tossed thee here ashore,
Desolate yet all undaunted, on this desert land enchanted -
On this home by horror haunted - tell me truly, I implore -
Is there - is there balm in Gilead? - tell me - tell me, I implore!'
Quoth the raven, `Nevermore.'

`Prophet!' said I, `thing of evil! - prophet still, if bird or devil!
By that Heaven that bends above us - by that God we both adore -
Tell this soul with sorrow laden if, within the distant Aidenn,
It shall clasp a sainted maiden whom the angels named Lenore -
Clasp a rare and radiant maiden, whom the angels named Lenore?'
Quoth the raven, `Nevermore.'

`Be that word our sign of parting, bird or fiend!' I shrieked upstarting -
`Get thee back into the tempest and the Night's Plutonian shore!
Leave no black plume as a token of that lie thy soul hath spoken!
Leave my loneliness unbroken! - quit the bust above my door!
Take thy beak from out my heart, and take thy form from off my door!'
Quoth the raven, `Nevermore.'

And the raven, never flitting, still is sitting, still is sitting
On the pallid bust of Pallas just above my chamber door;
And his eyes have all the seeming of a demon's that is dreaming,
And the lamp-light o'er him streaming throws his shadow on the floor;
And my soul from out that shadow that lies floating on the floor
Shall be lifted - nevermore!

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NinfaEco
NinfaEco
Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
Arzach ha scritto:

Annabel Lee




Questa è stupenda davvero...la cercavo in italiano e on line non l'ho trovata...
è sulla ragazzina che amava ed è morta giusto?

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