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Se la forma è uguale alla sostanza

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Faust
Faust
Viandante Affezionato
Viandante Affezionato
«Ciò che sappiamo sugli altri e ciò che gli altri sanno su di noi si fonda essenzialmente su apparenze».
( Barbara Carnevali, Le apparenze social, Il Mulino)


Non esiste un accesso diretto all'anima altrui che non passi per le apparenze che socialmente si manifestano nell'interazione con i nostri simili. La società è lo spazio di scambio di questi segnali, un immenso sensorium che include tutte le percezioni socialmente significative: i gesti, le espressioni, gli accessori, gli ornamenti, i segnali di status. La dimensione estetica della sfera pubblica è necessaria: le apparenze sociali non solo trasmettono contenuti sociali, ma li plasmano, li costituiscono. I nostri gusti estetici sono l'espressione della nostra posizione sociale.
Il nostro io sociale non è una costruzione da cui ci possiamo liberare: l'ambivalenza tra quel che mostriamo di noi e quello che siamo riassume la condizione umana stessa. Ci voleva forse una filosofa donna e milanese per ricordarci che, in fondo, tra forma e sostanza non c'è poi tutta questa differenza



Siete d'accordo?

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massimo
massimo
Viandante Residente
Viandante Residente
Faust ha scritto:«Ciò che sappiamo sugli altri e ciò che gli altri sanno su di noi si fonda essenzialmente su apparenze».
Aggiungerei che anche ciò che noi sappiamo su noi stessi si fonda su apparenze.

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NinfaEco
NinfaEco
Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
massimo ha scritto:
Faust ha scritto:«Ciò che sappiamo sugli altri e ciò che gli altri sanno su di noi si fonda essenzialmente su apparenze».
Aggiungerei che anche ciò che noi sappiamo su noi stessi si fonda su apparenze.

Dipende dal livello di conoscenza che abbiamo di noi stessi.
Non credi?

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Rupa Lauste
Rupa Lauste
Viandante Storico
Viandante Storico
noi stessi senza apparenze non esiste.
io...me...da solo...non l'ho mai incontrato

5
massimo
massimo
Viandante Residente
Viandante Residente
NinfaEco ha scritto:
massimo ha scritto:
Faust ha scritto:«Ciò che sappiamo sugli altri e ciò che gli altri sanno su di noi si fonda essenzialmente su apparenze».
Aggiungerei che anche ciò che noi sappiamo su noi stessi si fonda su apparenze.

Dipende dal livello di conoscenza che abbiamo di noi stessi.
Non credi?
La conoscenza è ottenibile solo con strumenti che non possono prescindere dall'ambiente in cui vivi. Se vuoi guardare da vicino qualcosa, ma ti vengono forniti solo degli occhiali blu, penserai che quella cosa è blu.

6
Candido
Candido
Viandante Storico
Viandante Storico
La sostanza per me non la conosce nessuno. Quindi ha valore soltanto la forma tramite le etichette che ci attaccano addosso e che ci autoappiccichiamo. Per me c'è un senso solo nella ricerca, che porta alla via per la liberazione dell'essere. Parole vuote, direte. Ma io non ho saputo fare altro che muovermi in questa direzione.

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Pier Silverio
Pier Silverio
Viandante Residente
Viandante Residente
Ah non credevo che ci fosse ancora qualcuno che nel III millennio parlasse di «sostanza»: pensavo fossimo ormai tutti d'accordo che non c'è nessuna sostanza Sorriso Scemo
Al di là degli scherzi, direi che quella di B. Carnevali è sostanzialmente la riproposizione di ciò che ha reso Pirandello degno di un Nobel, e cioè quello che lui chiamava «maschera». Ho passato qualche anno della mia vita a "giocare" a fare il personaggio pirandelliano, nello specifico a cambiare di tanto in tanto la mia «maschera»; e con persone che conoscevo da tempo, e con persone che ho conosciuto ex novo. Ammetto che è stato sicuramente il periodo più divertente della mia vita Sorriso Scemo
Ho avuto così modo di constatare di persona, per via sperimentale, che effettivamente gli altri conoscono non noi stessi, ma la maschera che indossiamo più o meno volontariamente e consapevolmente quando siamo con loro. Ho anche verificato un atteggiamento comune a tutti (non ho trovato eccezioni, ma il mio campione di prova era piccolo): se rendi a una persona difficile o impossibile cogliere in te un'unica maschera, una "identità costante", un'unità (tipo quella aristotelica), e rendi quindi arduo per costui riuscire a prevederti (nel pensare e nell'agire), questi tendenzialmente tende a chiudere il rapporto con te, o comunque ad alzare un muro difensivo di diffidenza. Essere difficilmente prevedibili è una caratteristica che ti rende rapidamente avulso da un contesto sociale "a maglie strette". Provare per credere.

C'è una «sostanza» dietro alle maschere? Difficile a dirsi. Finché il gioco delle maschere è voluto, come nel mio caso, un'identità costante, una coscienza stabile (o anche un'ulteriore maschera nascosta) dietro c'è. Ma al di fuori da questo contesto artificioso? Io sinceramente ritengo che un'identità - o «sostanza» - ci sia, in ciascuno di noi, ma credo anche che pochi siano auto-coscienti di essa, perché è davvero nascosta. Sicuramente se avessi risposto a questa discussione ai tempi del mio "gioco" avrei detto che non esiste un'identità, ma solo maschere, una dietro all'altra, all'infinito.
Ma da allora di strada ne ho fatta, e ritengo di poter davvero trovare e confrontarmi con il me stesso "definitivo".

Ovviamente potri sbagliarmi, e la penso così per ora; chissà in futuro che accadrà Sorriso Scemo

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Pier Silverio
Pier Silverio
Viandante Residente
Viandante Residente
Candido ha scritto:La sostanza per me non la conosce nessuno. Quindi ha valore soltanto la forma tramite le etichette che ci attaccano addosso e che ci autoappiccichiamo. Per me c'è un senso solo nella ricerca, che porta alla via per la liberazione dell'essere. Parole vuote, direte. Ma io non ho saputo fare altro che muovermi in questa direzione.
E sei arrivata da qualche parte? Suppongo di no, altrimenti non avresti esordito con la tua sentenza d'apertura. Dici che il senso è nella ricerca, ricerca che porta alla liberazione dell'essere. Ma… il senso è nella ricerca in quanto tale, o nella ricerca finalizzata alla liberazione dell'essere?
Potresti anche rispondermi che "ogni ricerca porta alla liberazione dell'essere", ma avresti spostato il discorso a un livello troppo elevato, che non potrei proseguire: quindi ti prego di evitarlo Sorriso Scemo


Ah un'altra riflessione (non per te, dico in generale). Quante volte vi è capitato di sentirvi "intrappolati" nelle vostre etichette? A me è capitato di voler dire esplicitamente a qualcuno qualcosa come: "Ferma tutto: adesso ripartiamo da capo e dimentica che tu sai che io ho fatto questo e quest'altro." così da «resettare» l'etichetta che ormai quella persona mi aveva affibbiato. Ovviamente anche facendolo non si può ottenere il «reset» completo, però a qualcosa in effetti serve. Anche qui parlo perché ci ho provato rotolarsi dal ridere

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Candido
Candido
Viandante Storico
Viandante Storico
Naturalmente non sono "arrivato" a prove dimostrabili scientificamente di nulla. Ma non era questo che cercavo. Quello che cercavo e sempre continuerò a cercare è una maggiore consapevolezza e l'allargarsi di quel "sentore" interiore che mi aiuta a vivere meglio la vita con le sue mille prove. Vita per me è uguale a libro personale da saper interpretare tramite gli infiniti eventi che ti accadono. Perché non ho mai creduto al caso cieco che significherebbe solo schiavitù per l'uomo.

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Aleister
Aleister
Viandante Storico
Viandante Storico
Bel tema. Si ricordano, sul palcoscenico disabitato del (mio) cervello svuoto, Schopenauer e Nietzsche nella contrapposizione tra liberazione “dalle” maschere (il buon Schoppy) e liberazione “delle” maschere (il buon Federico). Un “match” che continua nell’opposizione tra ricerca di un fondamento ontologico e “pensiero debole”. Ma è pensabile una terza via, forse.
E’ evidente il legame, quando non l’identità, tra dimensione apparente dell’io psicologico ed il sociale. Accidentale è infatti tutto il sociale in cui siamo inseriti: famiglia, ambiente, cultura, religione, e tutto ciò è inesssenziale. Infatti può mutare col tempo e con lo spazio come spesso avviene e difatti noi cambiamo spesso ideologia, mentalità, sentimenti, costumi, valori, voleri. Un uomo onesto, vero nel senso di verace, ammetterà senza difficoltà che il “proprio” io psicologico è totalmente determinato da elementi inessenziali, da coordinate ambientali, culturali, ideologiche e da fattori contingenti di vario tipo, per cui davvero qualche ragione Freud l’aveva ad affermare che “chi dice io usa sempre uno pseudonimo”.
Si impongono allora alcune considerazioni. La prima è che nessuno trova se stesso in quanto anima ma solo un flusso di determinismi, condizionamenti ed accidenti, senza alcun fondamento, un’impermanenza che non costituisce nè verità, nè valore. La seconda è che questo è il territorio del dolore, dell’alienazione, del dipendere sempre da altro, del variare al variare delle circostanze accidentali senza mai attingere la pace. Occorre trovare una terra ferma, un fondamento, ovvero quell’Io che non muta al mutare delle situazioni, degli stati d’animo, dei mille pensieri mai “nostri”, che non pensiamo ma da cui siamo pensati. Assurdo però trovare tale centro come prodotto di elaborazione intellettuale, di una costruzione: la costruzione intellettuale è sempre dipendente da qualcosa di determinato e casca a pezzi quando quel qualcosa scompare. La via da seguire è invece quella della rimozione, della purificazione dall’accidentale, del distacco da ogni psicologismo per attingere quella dimensione del fondo dell’anima, purissimo essere indeterminato, e dunque nulla

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