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Il PROCESSO che ha cambiato la storia del mondo.

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xmanx
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Viandante Ad Honorem
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Il processo a Gesù si svolge nell'arco di una notte e della mattina successiva.
Non voglio qui affrontare la questione della sua veridicità storica, nè quella della conguenza tra i vangeli.
Mi limiterò al racconto dei fatti estrapolati dai vari vangeli e mi concentrerò sui dialoghi.

La vicenda raccontata è molto profonda; profondi sono i dialoghi e profondi sono i temi affrontati e le risposte date a questi temi. I princìpi e le idee contenute in questo processo sono state una totale novità nella storia della umanità e hanno influito e determinato tutto il corso della storia fino ai giorni nostri.

Io credo che il processo a Gesù, sviluppato nei princìpi e nelle idee in esso contenuto, dovrebbe essere studiato in tutte le scuole, perchè, come vedremo, è a fondamento di tutte le idee e di tutti i percorsi politici, filosofici e religiosi, che si sono sviluppati in occidente nel corso degli ultimi duemila anni.
E molte delle idee in esso contenute ancora devono maturare e svilupparsi.

Il processo a Gesù contiene i semi di un nuovo umanesimo (non parlo, ovviamente, del noto periodo storico, ma di umanesimo inteso come "visione dell'uomo, del mondo e della storia"). Ed è proprio questo nuovo umanesimo che viene visto come il nemico numero uno, come un ostacolo insormontabile, da coloro che vogliono affermare il loro potere e il loro dominio sul mondo e sugli uomini.

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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
Il processo a Gesù si svolge in 6 momenti temporali:

1) L'interrogatorio presso Anna;
2) Il processo del Sinedrio;
3) La prima fase del processo di Pilato;
4) Il processo di Erode;
5) La liberazione di Barabba;
6) La seconda fase del processo di Pilato e la condanna definitiva.


I primi due momenti affrontano tematiche profondissime di natura religiosa e che riguardano prevalentemente la sfera religiosa e la gerarchia religiosa. Ma hanno anche un pesante risvolto sulla visione dell'uomo e, quindi, un pesante risvolto sociale e politico.

I rimanenti quattro momenti, invece, riguardano l'uomo nella sua versione "laica": quindi il mondo, l'emancipazione dei popoli e degli individui, il potere, la politica.

Una prima questione fondamentale da sottolineare è il modo di parlare di Gesù.

Ogni volta che Gesù parla - e i suoi interventi saranno limitati, ma essenziali - si rivolge all'umanità; a tutti le donne e a tutti gli uomini. C'è in Gesù la consapevolezza che quel momento è il vero e proprio momento pubblico sotto i riflettori del mondo.
In quel momento c'è il confronto pubblico con le gerarchie ebraiche, con quelle romane e col popolo.

Gesù non parla molto, ma ogni cosa che dice è una pietra miliare nella storia dell'umanità. E ogni cosa che dice è rivolta all'umanità di tutti i tempi. Non solo quelli dell'epoca, ma anche i nostri.

E' come se lui si vedesse in una situazione a-temporale. E' come se fosse estraniato da quanto gli sta accadendo attorno. Quasi come se quello che sta accadendo attorno a lui fosse previsto e lui si fosse preparato da tempo per partecipare a quel processo. E quando parla si rivolge all'umanità di tutti i tempi.

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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
Il primo grande tema affrontato, la prima grande novità, che è un tema profondamente religioso, ma ha dei risvolti sociali e politici devastanti, deriva dal fatto del processo in sè ed è la solitudine di dio. Il processo a Gesù ci presenta un dio solo e rifiutato da tutti e la solitudine di dio rappresenta un cambiamento radicale nella umanità.

Il Cristianesimo ci presenta un dio solo e abbandonato da tutti che viene processato e condannato alla crocifissione. Un dio che non solo era nato in un contesto umile e popolare; non solo si era attorniato di "umili popolani" (pescatori o esattori delle tasse per conto dei romani o poveri imbecilli che nel pieno rispetto della tradizione ebraica correvano dietro ad ogni nuovo messia). Ma anche un dio che, nel momento della verità, si ritroverà da solo. Abbandonato da tutti. Sconfessato da tutti. Rinnegato da tutti.

Il processo a Gesù consegna all'umanità un dio solo, un povero straccione, rinnegato persino dai suoi discepoli (i discepoli fuggono e si nascondono e lo stesso Pietro lo rinnegherà per ben tre volte). Un dio senza eserciti. Un dio del tutto privo "dei simboli di successo" che facevano da contorno agli dei dell'epoca.
Un dio reietto e disprezzato.
Abbandonato da tutti.
Abbandonato dalla gerarchia ecclesiastica.
Abbandonato dalla aristocrazia politica.
Abbandonato dai suoi stessi discepoli.
Abbandonato dal suo popolo che lo consegnerà ai pagani.
E, infine, abbandonato dai romani che lo uccideranno su una croce, uno strumento di tortura destinato agli straccioni, ai ladri, ai malfattori e agli schiavi.


Non è mai esistito nel panorama della storia della umanità un dio solo che si ritrova abbandonato da tutti. Rinnegato da tutti. Rifiutato da tutti. Senza esercito. Senza i simboli di grandiosità e di successo. Percosso. Reietto. Disprezzato. Processato come un malfattore. E ucciso come si uccidevano gli straccioni, i ladri e gli schiavi.

In effetti non è un gran bel dio a vedersi. E si fa davvero fatica a sposare la sua causa. Tutti gli dei e i grandi profeti della storia dell'umanità, anche se nati da origini umili, vengono poi trasformati in grandi condottieri. Questo straccione non solo non aveva soldi. Ma non aveva nemmeno uno straccio di esercito.
Il suo ingresso a Gerusalemme è avvenuto sul dorso di un asino.
E alla fine si ritrova solo, abbandonato da tutti, e processato come un malfattore.

La grande novità e la grande sorpresa si spiegano in modo molto semplice.
Nella antichità, la religiosità era prerogativa dei potenti e della aristocrazia dominante. Dei re e delle elite aristocratiche. Tutti gli imperatori erano anche dei, o emanazione della potenza degli dei. E, in ogni caso, la gestione delle cose riguardante gli dei e le divinità, era prerogativa della classe aristocratica dominante. La classe che deteneva il potere politico.
Sommi sacerdoti e imperatori andavano a braccetto, ed erano diretta emanazione della potenza degli dei.
Ed era un po' difficile che la classe aristocratica dominante di una qualunque società dell'epoca antica, immaginasse e propagandasse un dio che non cavalcava alla guida dei suoi eserciti, che non fosse grande e potente. Che non fosse, cioè, una proiezione dei suoi desideri di grandezza.
Gli stessi ebrei attendevano (e attendono ancora oggi) un messia che sia re e condottiero. Non certo uno straccione abbandonato da tutti e processato come un malfattore.


Quindi la concezione di un dio solo, rinnegato da tutti (dalla aristocrazia al potere e dai suoi stessi seguaci) e processato come un malfattore (un povero sfigato, come si direbbe oggi) fu la prima grande rivoluzione in una società in cui gli sfigati erano parecchie centinaia di milioni.

Il dio solo e abbandonato da tutti è diventato, in brevissimo tempo, la bandiera degli ultimi della società. I quali, per la prima volta nella storia, si trovarono a pensare: "come è possibile? esiste davvero un dio sfigato come noi, un dio umile come noi, senza soldi, senza potere, senza esercito e che predilige parlare a noi piuttosto che ai potenti? Un dio che è uno sfigato come noi? E che non calvalca su cavalli dorati e alati distruggendo eserciti nemici?"

Questo fatto ebbe un impatto sociale e politico devastante. Così devastante che portò, nel giro di 300 anni, al tramonto definitivo degli "dei gloriosi dell'olimpo" (in tutte le loro variegate accezioni, che erano un prodotto delle classi aristocratiche che da secoli dominavano la terra). Gli umili e gli sfigati (che erano la stragrande maggioranza dell'impero), dopo il processo a Gesù, avevano finalmente trovato un "loro" dio. Che diede loro la forza ideale per riscattarsi e per risollevarsi.

Il dio solo e abbandonato da tutti mostrò all'umanità un nuovo percorso. Un nuovo orizzonte.
Si aprì un modo di vedere la realtà diverso: che non riguardava solo la realtà religiosa, ma anche, e soprattutto, la realtà sociale e politica.
La suddivisione in caste della umanità non era una fatto inevitabile voluto dagli dei. Perchè ora esisteva un dio umile, che aveva vissuto le stesse dinamiche che vivevano centinaia di milioni di sfigati. Il figlio di dio era uno come loro, che aveva vissuto come loro e che aveva, come loro, patito l'umiliazione dell'essere messo ai margini. Questo diede agli ultimi della società una forza ideale di riscatto dirompente, che avrebbe cambiato dal di dentro la società stessa.

In questo contesto non va dimenticata l'enorme forza propulsiva del dialogo di Gesù col "ladrone". Entrambi erano inchiodati sulla croce. Un dio inchiodato su una croce romana, che parla con un ladrone dicendogli: "stasera stessa tu sarai con me".
Se proviamo a calarci nella cultura "religiosa" dell'epoca, un simile episodio è una vera e propria rivoluzione. Era scandalosamente inconcepibile all'epoca, un dio inchiodato su una croce che parla con un "ladrone" come se fosse un re invitato a un banchetto di nozze.

Ci sono voluti duemila anni affinchè quella forza di riscatto si tramutasse in un modello nuovo di società che recepisca quella novità: la democrazia universale (in cui il potere appartiene al popolo, a tutto il popolo, e non solo a una elite aristocratica dominante).
E ancora siamo lontani dal realizzare compiutamente quel messaggio di novità che ci proviene dal processo a Gesù.

Il concetto di democrazia appartiene ai greci. Ma era una democrazia che era limitata all'ambito degli "amici". Cioè all'ambito della aristocrazia dominante. Non riguardava, per intenderci, anche gli schiavi. Non riguardava "tutti" gli strati della società.
Di fatto la forza propulsiva che spinse le masse ai margini della società a rivendicare il loro pieno riconoscimento venne proprio dal processo a Gesù. Dal dio solo.

Questo non significa che tutti sono credenti. E' una cosa diversa. Certe rivoluzioni nel modo di concepire l'uomo comportano dei cambiamenti di mentalità in tutta la società. Un cambiamento di mentalità lento che si trasmette attraverso le generazioni e diventa, lentamente, una nuova consapevolezza diffusa in tutti gli strati della popolazione.
E il processo a Gesù è uno di queste forze di cambiamento. Una spinta propulsiva che ha modificato il modo di vedere l'uomo e ha cambiato nel profondo la cultura e le società dei popoli del bacino del mediterraneo.

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Viandante Ad Honorem
Viandante Ad Honorem
L'interrogatorio presso Anna

Nell'ebraismo classico il sommo sacerdote era solo uno, in carica annuale eventualmente reiterabile, e all'epoca del processo a Gesù questi era Caifa (in carica dal 18 al 36). Anna era l'ex sommo sacerdote (dal 6 al 15), suocero di Caifa, e sebbene non più in carica esercitava comunque una forte influenza sul genero. Il sommo sacerdote rivestiva in teoria un incarico principalmente religioso, ma in quanto capo del sinedrio aveva una notevole influenza dal punto di vista sociale e politico.

Il processo religioso a Gesù avvenne in due momenti. Il primo, più informale, da Anna e il secondo, quello formale, da Caifa e davanti al sinedrio.
L'incontro con Anna non poteva avere valore giuridico in quanto Anna non ricopriva più la carica. L'ex sommo sacerdote conservava una grande influenza sul Sinedrio tanto da far nominare negli anni seguenti alla sua carica, oltre al genero, ben cinque figli. È probabile, quindi, che dietro alla decisione di arrestare e uccidere Gesù vi fosse lui.

Giovanni 18,12-13
12 Allora il gruppo di soldati, il capitano e le guardie dei Giudei presero Gesù e lo legarono. 13 E lo condussero prima da Anna, perché era suocero di Caiafa, che era sommo sacerdote in quell'anno.
Giovanni 18,19-23
19 Or il sommo sacerdote interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e alla sua dottrina. 20 Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si radunano, e non ho detto niente in segreto. 21 Perché interroghi me? Interroga coloro che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno le cose che ho detto». 22 Egli aveva appena detto queste parole, che una delle guardie che gli stava vicino diede a Gesù uno schiaffo, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». 23 Gesù gli rispose: «Se ho parlato male, mostra dov'è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?».

L'interrogatorio di Anna, che probabilmente era il burattinaio di tutta la vicenda, suona un po' così: "se tu sei il messia, che cazzo ti è venuto in mente di andare in giro a parlare senza prima passare da noi? Venivi da noi, facevamo una bella commissione tecnica e organizzavamo un bel piano. E invece sei andato in giro a parlare senza prima accordarti con noi. E non solo! Non perdi occasione per sputtanarci davanti alla gente! Noi sacerdoti sono secoli che diciamo alla gente che deve arrivare sto messia, abbiamo impiegato secoli a costruirci un'aurea di autorevolezza e a ritagliarci il nostro ruolo di "intermediari" di dio...e poi arrivi tu e manco ci caghi di striscio! Anzi! Non perdi occasione per aggredirci e sputtanarci davanti alla gente!"

Eggià. Il colloquio privato tra Anna e Gesù è il tentativo da parte della elite relioso-politica di trovare "un accordo" col presunto messia. Il concetto è: "Noi siamo le autorità della nazione, noi siamo gli intermediari di dio...e quindi, se tu sei davvero il messia che stiamo aspettando, dovevi venire da noi cazzo! facevamo un bel governo tecnico e stabilivamo un bel piano di cose da fare e da dire al popolino ignorante. E invece te ne sei andato in giro a parlare al popolo, accompagnato da quella combriccola di straccioni che chiami tuoi discepoli".

Quello che risponde Gesù a questa richiesta di accordo è....."superiore". Si. Gesù fa due interventi. Entrambi molto profondi e ricchi di significato. Che ancora oggi, a distanza di duemila anni, non si sono ancora tramutati in consapevolezza diffusa.

Nel primo intervento Gesù dice:
«Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si radunano, e non ho detto niente in segreto. 21 Perché interroghi me? Interroga coloro che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno le cose che ho detto».

1) prima di tutto Gesù afferma che non esiste "un insegnamento segreto". Il suo insegnamento non prevede una "casta di eletti" destinataria di verità segrete...e poi il popolino bue al quale dire un po' di minchiate. La "verità" è una (torneremo sul concetto di verità), e lui l'ha raccontata ai quattro venti. La verità è una e interpella ogni uomo e ogni donna...e ogni uomo e ogni donna ha la facoltà di comprenderla.
Non esistono caste di eletti. Sette di privilegiati. Tutti gli uomini e tutte le donne possono accedere alla verità integrale e possono comprenderla.
E una volta compresa la possono, a loro volta, divulgare.

2) voi, cari amici sacerdoti, non siete intermediari di un cazzo di niente. Voi siete dei "custodi" e non degli "intermediari". Gesù ha parlato direttamente alla gente senza passare prima dalla elite sacerdotale. Senza accordarsi prima con loro. Non c'è bisogno di una gerarchia religiosa che sia "intermediaria" verso dio e verso la sua verità. Non c'è bisogno di una gerarchia religiosa che si autoproclami "intermediaria di dio" e che attribuisca a se stessa la conoscenza della vera e unica volontà di dio.
La conoscenza della verità è accessibile a chiunque "direttamente" senza bisogno di nessun intermediario. Ogni persona ha su di sè la responsabilità di cercare la verità. La ricerca della verità è una responsabilità individuale e personale. E non ha bisogno di nessun intermediario che si autoproclama "unico conoscitore della volontà di dio".

In questo incontro informale faccia-a-faccia tra Gesù e Anna, i due si parlano apertamente, senza peli sulla lingua. Si dicono le cose come stanno.
Gesù è sempre stato duro verso le autorità religiose (numerosi sono i passi dei vangeli in cui gesù attacca frontalmente le gerarchie religiose). E le ha sempre criticate.
Ha criticato il loro attaccamento stupido alla "legge", cioè alla morale. Ha ricordato loro che la salvezza non deriva dall'osservanza della legge (cioè dalla osservanza dei precetti e dellaa morale), ma dall' "amare il prossimo tuo come te stesso".
Ha ricordato loro che i sacerdoti sono spesso la causa dell'allontanamento della gente dalla verità ("invitati ad entrare non entraste e impediste anche agli altri di entrare").
Ha ricordato loro che sono "maestri del nulla".
E, soprattutto, che la loro autoinvestitura a "intermediari del volere di dio" è falsa. Il fatto che la gerarchia religiosa si sia ritagliata per se stessa il ruolo di "intermediaria per arrivare a dio" è un crimine. Perchè questa presunzione è l'ostacolo principale che impedisce alle persone di accedere alla verità.

Gesù attacca le autorità religiose perchè esse sono più interessate ad affermare un loro proprio potere, a ritagliarsi la loro fetta di potere nella società, piuttosto che a svolgere il loro compito. E cioè essere "custodi della verità da tramandare alle generazioni future nella loro autenticità".

E, ovviamente, Gesù si sta rivolgendo alle autorità religiose di tutti i tempi. Come ho detto all'inizio, Gesù, ogni volta che parla durante il processo (e lo fa poche volte), si rivolge alla umanità di tutti i tempi.

Gesù viene colpito con uno schiaffo. "Così rispondi al sommo sacerdote?".
In tutto il processo, questa è l'unica volta in cui Gesù risponde a una percossa subita.
La sua risposta è:
«Se ho parlato male, mostra dov'è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?».

Gesù si incazza "per la violenza religiosa". E denuncia all'umanità la violenza religiosa. Cioè la violenza usata dalle autorità religiose per imporre, affermare e conservare il proprio potere, snaturando oltre ogni limite immaginabile, la propria funzione. La "violenza religiosa" è quella forma di violenza che usa "il sentimento religioso o la religione" come mezzo e pretesto per affermare un proprio potere.
La religione usata come pretesto per affermare ed imporre un potere politico e sociale.

Un esempio su tutti: Galileo Galilei. "Perchè mi percuoti?". Ma questo non riguarda, ovviamente, solo la chiesa cattolica. Gesù parla all'aristocrazia religiosa di tutti i tempi e di tutta la storia. Laddove questi signori usano il sentimento religioso e il pretesto religioso come mezzo per affermare un potere e una volontà di dominio sugli uomini.

Come si può facilmente dedurre, la domanda di Gesù rivolta all'autorità religiosa: "Perchè mi percuoti?", riecheggia nella storia dell'umanità e risuona prepotente anche ai giorni nostri.



Ultima modifica di xmanx il Lun 20 Gen 2014 - 13:41 - modificato 1 volta.

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vanth
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Viandante Storico
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quello di Norimberga

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Viandante Ad Honorem
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Il processo del Sinedrio

Il sinedrio di Gerusalemme era composto da 70 membri, 71 includendo il sommo sacerdote, provenienti principalmente dai gruppi dei Sadducei e dei Farisei. Aveva competenze legislative (poteva emanare leggi), giudiziarie (come supremo tribunale del paese) ed esecutive (disponeva di una propria forza armata). La sua attività non riguardava solo questioni religiose ma anche altri aspetti della vita sociale e politica, in fragile equilibrio con la potenza occupante romana. Ai tempi di Gesù il Sinedrio non aveva il diritto di ordinare condanne a morte, in quanto lo ius gladii (= diritto della spada) spettava al solo governatore romano.

Matteo 26,57-68
57 Or quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero da Caifa, sommo sacerdote, presso il quale già si erano riuniti gli scribi e gli anziani. 59 Ora i capi dei sacerdoti, gli anziani e tutto il sinedrio cercavano qualche falsa testimonianza contro Gesù, per farlo morire, 60 ma non ne trovavano alcuna; sebbene si fossero fatti avanti molti falsi testimoni, non ne trovarono.
62 Allora il sommo sacerdote Caifa, alzatosi, gli disse: «Non rispondi nulla a ciò che costoro testimoniano contro di te?». 63 Ma Gesù taceva. E il sommo sacerdote replicò dicendo: «Io ti scongiuro per il Dio vivente di dirci se sei il Cristo, il messia che stiamo aspettando». 64 Gesù gli disse: «Tu l'hai detto! Anzi io vi dico che in avvenire voi vedrete il Figlio dell'uomo sedere alla destra della Potenza, e venire sulle nuvole del cielo». 65 Allora il sommo sacerdote stracciò le sue vesti, dicendo: «Egli ha bestemmiato; quale bisogno abbiamo più di testimoni? Ecco, ora avete udito la sua bestemmia. 66 Che ve ne pare?». E gli altri, rispondendo, dissero: «Egli è reo di morte!». 67 Allora gli sputarono in faccia e lo schiaffeggiarono; ed altri lo percossero con pugni.

Quando si arriva davanti al processo religioso "formale", i giochi sono ormai fatti. Il potere religioso ha già deciso di sbarazzarsi di questa figura scomoda e ingombrante. Il processo termina con la condanna a morte e con un inizio di linciaggio a causa "della bestemmia".

Per gli ebrei il messia è un re; il re che avrebbe riunificato le tribù di israele, che avrebbe ricostituito il Regno di Isreale e cacciato gli invasiori (in questo caso i romani). E’ una figura politico-religiosa, in quanto il Messia è anche "figlio di dio", cioè designato da dio, prescelto da dio. Colui che realizza la volontà di dio sul suo popolo Israele.
Va sottolineato che il Messia atteso dagli ebrei aveva un funzione prettamente politica: un re condottiero che avrebbe guidato l'esercito, liberato Israele dall'oppressione romana e ricostituito il Regno di Israele.

Era un po' difficile che la elite aristocratica politico-religiosa riconoscesse in Gesù il re che avrebbe guidato Israele contro i romani.
Questo Gesù non aveva cercato loro, non aveva cercato un accordo con loro, ma si era rivolto direttamente al popolo. Anzi! Loro erano vittime di continui attacchi da parte di Gesù ed erano costantemente delegittimati.

Tuttavia la questione era davvero complessa; per le autorità politico-religiose era inconcepibile che un uomo potesse compiere i gesti di Gesù senza che dio fosse con lui. Quindi è ipotizzabile una certa incertezza del Sinedrio. Ed è per questo che Caifa arriva al dunque e domanda: "Sei tu il messia che stiamo aspettando e che ci guiderà nella guerra contro i romani?".

E Gesù risponde:
«Tu l'hai detto! Anzi io vi dico che in avvenire voi vedrete il Figlio dell'uomo sedere alla destra della Potenza, e venire sulle nuvole del cielo»

Questa risposta sconvolgerà non solo il Sinedrio. Ma, ancora oggi, a distanza di duemila anni, rimane ancora la risposta e la dichiarazione più controversa della storia dell'umanità.

Con questa risposta, infatti, Gesù si dichiara Messia e "Figlio di Dio", epiteto qui usato come attributo messianico. Questa affermazione però non è "la bestemmia" e non costituisce un reato punibile con la morte: come abbiamo già visto, gli Ebrei aspettavano (e aspettano) un messia umano, "Figlio di Dio" (cioè prescelto e mandato da dio).

La "bestemmia" pronunciata da Gesù nella risposta sta invece nell'equipararsi a Dio ("sedere alla destra"), che viene indicato con l'epiteto "Potenza".
La bestemmio non è quindi dichiararsi il messia (cioè il re condottiero che gli Ebrei stavano aspettando), ma dichiararsi “egli stesso dio”.

Come si può intuire la questione è piuttosto delicata e va maneggiata con estrema cura. Ci può stare che Gesù si sia presentato come il Messia prescelto da dio che gli ebrei stavano aspettando. Ma dichiarare se stesso Dio, embè, questa è tutta un'altra cosa.

Con questa dichiarazione, Gesù inserisce se stesso nel solco di tutta la tradizione ebraica (sono proprio il messia di cui parla la Bibbia, il messia inviato da dio che state aspettando). Poi, però, va molto oltre. Dichiara di essere lui stesso Dio.
E qui la cosa si complica maledettamente.


Come è facile intuire questa affermazione apre una serie infinita di domande, riflessioni e considerazioni. Che però esulano da questo 3d.

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Viandante Ad Honorem
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La prima fase del processo di Pilato

Una volta stabilita la colpevolezza di Gesù questo venne inviato al governatore romano Ponzio Pilato. Pilato fu il prefetto (governatore) della provincia romana della Giudea tra il 26 e il 36 (o inizio 37). A lui competeva lo ius gladii, cioè la facoltà di eseguire le condanne a morte. Risiedeva abitualmente a Cesarea Marittima, capitale politica e militare della provincia. In determinate occasioni, come le festività ebraiche, si spostava a Gerusalemme per tenere sotto controllo eventuali tumulti di popolo. La sede del prefetto (pretorio) a Gerusalemme, non è nota con chiarezza. La tradizione cristiana la identifica con la fortezza Antonia, dalla quale si poteva dominare la spianata del tempio.

Con la prima fase del processo di Pilato, si apre la fase del processo nella quale Gesù interagisce con il mondo "laico". Tutto quello che aveva da dire alla gerarchia religiosa lo aveva detto negli incontri con Anna e Caifa. Aveva chiarito il senso della ricerca della verità, aveva chiarito il senso e la funzione della gerarchia religiosa e aveva dichiarato la sua natura.

Ora si apprestava a parlare al mondo laico.

Va subito detto che nella prima fase del processo di Pilato, le autorità religiose ebraiche cercano di giocare d'astuzia. Devono fare in modo che Gesù venga condannato a morte anche dai Romani, e la cosa non è così facile come sembra. Pilato non vuole rotture di coglioni e non vuole immischiarsi nelle beghe sui profeti tra Ebrei. Non vuole entrare nelle loro questioni religiose perchè non vuole essere la causa dello scoppio di tumulti.
Vuole mantenersi al di fuori delle beghe religiose degli ebrei.

Tuttavia le autorità ebraiche, pur avendo condannato a morte Gesù, non possono eseguire la condanna (vedi discorso su ius gladii). Per cui l'unico modo per eliminare Gesù era fare in modo che anche i romani lo condannassero a morte.
Per questo portarono Gesù a Pilato dicendo: "Costui si è autoproclamato Re dei giudei (il famoso messia), ma noi non lo riconosciamo e te lo consegnamo. E siccome si è autoproclamato re senza l'autorizzazione di Roma, ha commesso reato di lesa maestà contro l'autorità di Roma e per questo deve essere condannato a morte".

L’accusa secondo cui Gesù si sarebbe dichiarato re dei Giudei era pesante. È vero che Roma poteva effettivamente riconoscere dei re regionali (come Erode), ma essi dovevano essere legittimati da Roma ed ottenere da Roma la descrizione e la delimitazione dei loro diritti di sovranità. Un re senza tale legittimazione era un ribelle che minacciava la pax romana e di conseguenza si rendeva reo di morte.
Ai romani viene sottoposta questa questione. Ai romani non importava niente degli dei altrui, ma erano molto sensibili invece a questioni di re terreni, di regni e di gestione del potere.
Quindi la questione che misero davanti a pilato è che gesù si era dichiarato messia, cioè il re di israele, senza passare dall’autorità di roma.

Dai vangeli
28 Poi da Caiafa (le autorità ebraiche) condussero Gesù nel pretorio; era mattino presto. Ma essi non entrarono nel pretorio, per non contaminarsi e poter così mangiare la Pasqua. 29
Pilato dunque uscì verso di loro e disse: «Quale accusa portate contro quest'uomo?». 30 Essi risposero e gli dissero: «Se costui non fosse un malfattore, non te l'avremmo dato nelle mani». 31 Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge». Ma i Giudei gli dissero: «A noi non è lecito far morire alcuno».
2 E cominciarono ad accusare Gesù, dicendo: «Noi abbiamo sorpreso costui che sovvertiva la nazione e proibiva di dare i tributi a Cesare, affermando di essere un re, il Cristo».

33 Pilato dunque rientrò nel pretorio, chiamò Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». 34 Gesù gli rispose: «Dici questo da te stesso, oppure altri te lo hanno detto di me?». 35 Pilato gli rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua nazione e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato nelle mie mani; che hai fatto?». 36 Gesù rispose: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servi combatterebbero affinché io non fossi dato in mano dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui». 37 Allora Pilato gli disse: «Dunque sei tu re?». Gesù rispose: «Tu dici giustamente che io sono re; per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità; chiunque è per la verità ascolta la mia voce». 38 Pilato gli chiese: «Che cosa è la verità?».

Questi i punti principali:
1) «Dici questo da te stesso, oppure altri te lo hanno detto di me?»: Anche questa affermazione apre un tema non banale. E riguarda la questione della natura di Gesù e le convinzioni maturate su di essa.
Gesù chiede: "Le convinzioni maturate su di me sono il risultato di una tua ricerca o sono il risultato di un sentito dire?". E' quella che si potrebbe definire una domanda all'umanità di tutti i tempi. Non è una domanda banale. E non c'è una risposta banale.

2) «Tu dici giustamente che io sono re.»: Gesù afferma la propria regalità davanti al mondo.

3) «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servi combatterebbero affinché io non fossi dato in mano dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui».
Gesù afferma la propria regalità davanti al mondo, ma si affretta a specificare che il suo regno "non è di questo mondo".
Qualcuno, in preda forse a qualche delirio, ha detto che questa è la prova provata che il regno di cui Gesù parla è collocato nell'aldilà. E' qualcosa, quindi, che riguarda la cosiddetta "vita dopo la morte".
La questione, effettivamente, non è semplice. Nè di semplice soluzione.
E non è semplice perchè in altri contesti lo stesso Gesù ha affermato: "il Regno è qui, ora!".
Allora sto regno dove cazzo sta? E' qui o è là?
In realtà io credo che Gesù volesse dire: "il mio regno non segue le logiche del tuo regno; non prevede un capo, un esercito, un territorio e un dominio. No. Non è questa la logica del mio regno".

4) Gesù afferma la separazione tra "politica" e "religione" (dico così per semplificare la questione, pure questa molto complessa). Gesù non si mette in competizione con Pilato; il suo regno non è in competizione col regno di Pilato. Sono cose diverse. Gesù riconosce la legittimità della politica, ma, al tempo stesso, segna una netta separazione con essa. Questa è una novità nella storia. Infatti potere politico e potere religioso sono sempre andati a braccetto; l'uno serviva per sostenere l'altro e vice versa. L'imperatore era dio. E,come abbiamo già detto, l'aristocrazia religiosa coincideva con quella politica o era complementare ad essa nell'esercizio del potere.

5) «Tu dici giustamente che io sono re; per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità; chiunque è per la verità ascolta la mia voce»
Gesù associa la sua regalità, e quindi il suo regno, alla testimonianza della verità. La sua missione regale non è quella di sovvertire il potere romano per creare l'ennesimo regno terreno basato sulla tirannia. La sua missione regale è quella di indicare all'umanità una "nuova via" basata sulla "verità" e sulla "consapevolezza della verità". E' questo il suo regno.
La sua missione è quella di mettere una seme nel terreno della storia. Un seme che aprirà all'umanità una "nuova via". Una via di "verità" e di "consapevolezza", che porterà, come frutti, molte rivoluzioni.
Gesù non si estranea dalla lotta. Non soccombe alla violenza del potere. Lui sa di avere, in un certo senso, già vinto. Perchè sa che la sua missione non è sovvertire il potere dei romani e ricostituire il regno di Israele (la funzione attribuita al Messia), sa che la sua missione non è rivolta al momento contingente, ma è una missione che ha un orizzonte temporale molto più vasto.

Molto interessante è la controreplica di Pilato: "Che cos'è la verità?". Questa domanda rimane lì, appesa. Gesù non risponde. Il dialogo si interrompe. E quella domanda riecheggia nella storia da duemila anni.

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Il processo di Erode

Pilato non vuole essere coinvolto in questo casino e per questo manda Gesù da Erode.
Pilato, convinto della innocenza di Gesù, cerca una conferma in tal senso anche dal re della Galilea, Erode, da contrapporre alle accuse delle autorità giudaiche.
Erode Antipa risiedeva abitualmente a Tiberiade, capitale del suo effimero regno, ma, come Pilato, si trovava a Gerusalemme in occasione della Pasqua.
All'incontro erano presenti anche i "sommi sacerdoti" che accusavano Gesù. Il re sembra poco coinvolto dal processo e mostra interesse invece per le sue capacità di compiere miracoli. Gesù però non risponde nulla né compie alcun miracolo.

Disilluso dal colloquio Erode non espresse alcuna condanna, ma lui e i suoi soldati insultarono e schernirono Gesù, rivestendolo di una "splendida veste" (probabilmente per deriderlo come re) e rimandandolo a Pilato.

Luca 23,6-12
6 Allora Pilato domandò se Gesù fosse Galileo. 7 E, saputo che apparteneva alla giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode, che in quei giorni si trovava anch'egli a Gerusalemme. 8 Quando Erode vide Gesù, se ne rallegrò grandemente; da molto tempo infatti desiderava vederlo, perché aveva sentito dire molte cose di lui e sperava di vederlo compiere qualche miracolo. 9 Egli gli rivolse molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. 10 Intanto i capi dei sacerdoti e gli scribi stavano là accusandolo con veemenza. 11 Allora Erode, con i suoi soldati, dopo averlo oltraggiato e schernito, lo rivestì di una veste splendida e lo rimandò da Pilato.

Luca 23,13-25
13 Allora Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, i magistrati e il popolo, 14 disse loro: «Voi mi avete portato quest'uomo, come uno che perverte il popolo; ed ecco, dopo averlo esaminato alla vostra presenza, non ho trovato in lui nessuna delle colpe di cui lo accusate, 15 e neppure Erode, perché lo ha rimandato a noi; in realtà egli non ha fatto nulla che meriti la morte. 16 Perciò, dopo averlo fatto flagellare, lo rilascerò».

Pilato sapeva che da Gesù non era sorto un movimento rivoluzionario.
Dopo tutto ciò che egli aveva sentito, Gesù deve essergli sembrato un esaltato religioso, che forse violava ordinamenti giudaici riguardanti il diritto e la fede, ma ciò non gli interessava. Su ciò dovevano giudicare i Giudei stessi. Sotto l’aspetto degli ordinamenti romani concernenti la giurisdizione e il potere, che rientravano nella sua competenza, non c’era nulla di serio contro Gesù.

Pilato, in base alle informazioni in suo possesso, non aveva nulla contro Gesù. All’autorità romana non era giunta alcuna notizia su qualcosa che in qualche modo avrebbe potuto minacciare la pace legale. L’accusa proveniva dagli stessi connazionali di Gesù, dall’autorità del tempio. Doveva stupire Pilato che i connazionali di Gesù si presentassero davanti a lui come difensori di Roma, dal momento che le sue personali conoscenze non gli avevano dato l’impressione che un intervento fosse necessario.

1) Davanti ad Erode, Gesù non parla. Erode rappresenta un tipo di potere "viscido". Erode è un re fantoccio messo lì dai romani, ed è la rappresentazione del potere politico che abdica alle proprie funzioni semplicemente per nutrirsi delle rendite che dal potere gli derivano.
Davanti a questo tipo di potere politico, Gesù non ha nulla da dire, non spreca nemmeno una parola.
Cosa diversa è, invece, il potere politico e militare di Roma, col quale Gesù interloquisce. Il potere di Roma è il potere con la "P" maiuscola. Presente nella umanità. E quindi a quel potere Gesù ha qualcosa da dire.

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La liberazione di Barabba

Pilato, nonostante l'ammissione della sua regalità 'teologica', non trovò colpa in Gesù e in un primo momento non lo condannò. Questa ricerca di neutralità è rafforzata dall'intervento della moglie. Dapprima Pilato inviò Gesù a Erode Antipa, quindi cercò di liberarlo con l'escamotage del cosiddetto "privilegio pasquale", che portò però alla liberazione di Barabba. Inoltre, secondo Giovanni e soprattutto Luca, la flagellazione è collocata prima della condanna definitiva e viene proposta, nelle intenzioni di Pilato, come una alternativa alla condanna capitale.

17 Ora, in occasione della festa di Pasqua, il governatore doveva liberare qualcuno. 18 Ma essi tutti insieme gridarono, dicendo: «A morte costui, e liberaci Barabba». 19 Questi era stato incarcerato per una sedizione fatta in città e per omicidio. 20 Perciò Pilato, desiderando liberare Gesù, parlò loro di nuovo. 21 Ma essi gridavano, dicendo: «Crocifiggilo, crocifiggilo». 22 Per la terza volta, egli disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Io non ho trovato in lui alcuna colpa che meriti la morte. Perciò, dopo averlo fatto flagellare, lo rilascerò». 23 Ma quelli insistevano con grandi grida, chiedendo che fosse crocifisso; e le loro grida e quelle dei capi dei sacerdoti finirono per prevalere. 24 Pilato allora decise che fosse fatto ciò che chiedevano. 25 E rilasciò loro colui che era stato incarcerato per sedizione e per omicidio e che essi avevano richiesto.
Giovanni 18,39-19,1
19,1 Allora Pilato prese Gesù e lo fece flagellare.
Giovanni 19,2-3
2 E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un manto di porpora, 3 e dicevano: «Salve, o re dei Giudei»; e lo schiaffeggiavano.

Anche in questa fase del complicato processo Gesù non dice nulla.
Va detto che Gerusalemme contava all'epoca circa seicentomila abitanti. Certamente non tutti e seicentomila parteciparono alla liberazione di Barabba.
E' molto probabile che ad invocare la liberazione di Barabba furono gli stessi partecipanti della sua banda armata. Gli unici realmente interessati alla vicenda.

1) La figura di Barabba è una figura emblematica. Lui rappresenta la rivolta armata al potere di Roma. Rappresenta il vero spirito della funzione messianica nelle aspettative degli ebrei.
E tra Barabba e Gesù la scelta non è semplice.

Una cosa è certa: nessun potere è realmente forte se quel potere non viene riconosciuto e legittimato dai suoi sudditi. Per cui la vera arma del potere è l'inconsapevolezza.
La lotta armata in generale, ha una sua legittimità nella storia. Se così non fosse probabilmente avremo ancora Hitler e i suoi nipotini.
Tuttavia, "la consapevolezza della verità" è un'arma molto più potente di qualunque spada.
Nessun tiranno può fare il tiranno da solo. Quindi se ci fosse una consapevolezza diffusa, un tiranno non avrebbe sudditi. E quindi non esisterebbe come tiranno.

Tuttavia, per come la vedo io, la posizione di Gesù non va mai letta "come risposta alla situazione contingente". La posizione di Gesù va letta avendo come riferimento la storia nel suo compesso. Ed è innegabile che "la guerra" intesa come un mezzo per sostituire una tirannia con un'altra tirannia è una cosa stupida e priva di senso.
La vera rivoluzione è la "crescita di consapevolezza".

La missione di Gesù si inquadra in questa ottica. Lo scopo di Gesù era mettere un seme nell'umanità, un "seme nuovo" che avrebbe aperto all'umanità una nuova via con nuove prospettive.

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La seconda fase del processo di Pilato e la condanna definitiva

Giovanni 19,4-15
4 Poi Pilato uscì di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, affinché sappiate che non trovo in lui alcuna colpa». 5 Gesù dunque uscì, portando la corona di spine e il manto di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l'uomo!». 6 Ora, quando lo videro i capi sacerdoti e le guardie, si misero a gridare, dicendo: «Crocifiggilo, crocifiggilo». Pilato disse loro: «Prendetelo voi e crocifiggetelo, perché io non trovo in lui colpa alcuna». 7 I Giudei gli risposero: «Noi abbiamo una legge e secondo la nostra legge egli deve morire, perché si è fatto (simile a Dio)»

. 8 Quando Pilato udì queste parole, ebbe ancor più paura;  9 e, rientrato nel pretorio, disse a Gesù: «Di dove sei tu?». Ma Gesù non gli diede alcuna risposta. 10 Pilato perciò gli disse: «Non mi parli? Non sai che io ho il potere di crocifiggerti e il potere di liberarti?». 11 Gesù rispose: «Tu non avresti alcun potere su di me se non ti fosse dato dall'alto; perciò chi mi ha consegnato nelle tue mani ha maggior colpa». 12

Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i Giudei gridavano, dicendo: «Se liberi costui, tu non sei amico di Cesare; chiunque si fa re, si oppone a Cesare». 13 Pilato dunque, udite queste parole, condusse fuori Gesù e si pose a sedere in tribunale nel luogo detto "Lastrico", e in ebraico "Gabbata"; 14 era la preparazione della Pasqua, ed era circa l'ora sesta; e disse ai Giudei: «Ecco il vostro re». 15 Ma essi gridarono: «Via, via, crocifiggilo». Pilato disse loro: «Crocifiggerò il vostro re?». I capi dei sacerdoti risposero: «Noi non abbiamo altro re che Cesare».

In questa ultima fase del processo, la più concitata, le gerarchie religiose rivelano a Pilato il reale motivo per cui vogliono morto Gesù: «Noi abbiamo una legge e secondo la nostra legge egli deve morire, perché si è fatto (simile a Dio)». Di fronte alla riluttanza di Pilato, le gerarchie religiose rivelano allo stesso Pilato la motivazione reale per cui chiedono la condanna a morte.

1) «Tu non avresti alcun potere su di me se non ti fosse dato dall'alto; perciò chi mi ha consegnato nelle tue mani ha maggior colpa»
Con questa affermazione Gesù riconosce la legittimità della funzione del potere politico nella storia. Il potere politico (in generale e non, nello specifico, quello dei romani...ovviamente) ha una sua dignità e una sua funzione nella storia.

E poi solleva il potere politico dalla responsabilità della condanna. Gesù parla a Pilato e gli dice: "Non è colpa tua, non è da te che deriva la mia condanna, tu svolgi la funzione che qualcuno dall'alto ti ha assegnato e applichi la legge. La mia condanna deriva dalla gerarchia religiosa che mi ha consegnato a te".

Con questa ultima affermazione Gesù ribadisce al mondo che è stata la gerarchia religiosa a volerlo morto. Proprio coloro che in teoria, più di chiunque altro, avrebbero dovuto capire chi era.
Questa affermazione è un vero e proprio atto di accusa di Gesù. Ed è l'ultima affermazione di Gesù nel suo processo.

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vanth ha scritto:quello di Norimberga

Bè...se vuoi farne un resoconto....accomodati.
non sarebbe una cattiva idea  SGHIGNAZZARE 

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vanth
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solo un'indebita pretesa

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Peccato.  echeneso 
Potevi illustrarci qualche tua idea.
Ammesso e non concesso che tu ne abbia...di idee.  b 

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Natalia Ginzburg, scrittrice atea, nel 1988 scrisse sull’Unità un articolo intitolato “Non togliete quel crocifisso”.

In esso si opponeva all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole, ma sottolineava l’importanza della presenza del crocifisso nelle aule. “È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza” e che “ha cambiato il mondo”. Gli atei non possono negare che molti, anche non religiosi, sono stati, come Gesù, traditi per la propria fede e per il prossimo. Non c’è posto per tutti nelle aule, ma “il crocifisso li rappresenta tutti”.

Natalia Ginzburg
L'Unità, 22 marzo 1988

"Il crocifisso è l'immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l'idea dell'uguaglianza fra gli uomini fino allora assente.
La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo "prima di Cristo" e "dopo Cristo". O vogliamo forse smettere di dire così?
Il crocifisso fa parte della storia del mondo.
Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l'immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo. Chi è ateo, cancella l'idea di Dio ma conserva l'idea dei prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c'è immagine.
E' vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini.
E di esser venduti, traditi e martoriati e ammazzati per la propria fede, nella vita può succedere a tutti. A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola.
Alcune parole di Cristo, le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto "ama il prossimo come te stesso". Erano parole già scritte nell'Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto."

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laura18
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Ma allora tu predichi bene..ma razzoli malissimo..Se tutti gli uomini sono uguali,sono fratelli e dobbiamo aiutarci uno l'altro...(per quello che tu dici sei cristiano praticante e credi a quello su scritto)..come mai non fai altro che sputare fuoco e fiamme ,veleno e schifio sui tuoi fratelli(non in religione ,ma in quanto esseri umani)musulmani?O comunisti?Se tu avessi letto il Corano avresti saputo che anche li c'è scritta la stessa cosa(di amare il prossimo come un fratello,e non si riferisce sono al fratelli intesi come musulmani)..Perciò per tagliare corto te che urli contro l'integralismo islamico..sei un integralista a tua volta..Non è ironico?

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FUCKTOTUM
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laura18 ha scritto:Ma allora tu predichi bene..ma razzoli malissimo..Se tutti gli uomini sono uguali,sono fratelli e dobbiamo aiutarci uno l'altro...(per quello che tu dici sei cristiano praticante e credi a quello su scritto)..come mai non fai altro che sputare fuoco e fiamme ,veleno e schifio sui tuoi fratelli(non in religione ,ma in quanto esseri umani)musulmani?O comunisti?Se tu avessi letto il Corano avresti saputo che anche li c'è scritta la stessa cosa(di amare il prossimo come un fratello,e non si riferisce sono al fratelli intesi come musulmani)..Perciò per tagliare corto te che urli contro l'integralismo islamico..sei un integralista a tua volta..Non è ironico?


Al-Fâtiha

(L'Aprente)1

Pre-Hegira *, n. 5 , di 7 versetti



1. In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso”2
2. La lode [appartiene] ad Allah3, Signore dei mondi4
3. il Compassionevole, il Misericordioso,
4. Re del Giorno del Giudizio5.
5. Te noi adoriamo e a Te chiediamo aiuto6.
6. Guidaci sulla retta via7,
7. la via di coloro che hai colmato di grazia8, non di coloro che [sono incorsi] nella [Tua] ira, né degli sviati.

Indina un po' qual'è la retta via?
Indovina un po`chi sono gli esclusi?

Altrove è scritto che non vi sarà paradiso in terra finchè ci saranno dimmhi (tu o io o X) a calpestarla, alla facciaccia della brotherhood.

Sei vuoi farti un`'idea dell'islam leggiti il libro verde di Khomehini veriintristingindid..

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laura18
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FUCKTOTUM ha scritto:
laura18 ha scritto:Ma allora tu predichi bene..ma razzoli malissimo..Se tutti gli uomini sono uguali,sono fratelli e dobbiamo aiutarci uno l'altro...(per quello che tu dici sei cristiano praticante e credi a quello su scritto)..come mai non fai altro che sputare fuoco e fiamme ,veleno e schifio sui tuoi fratelli(non in religione ,ma in quanto esseri umani)musulmani?O comunisti?Se tu avessi letto il Corano avresti saputo che anche li c'è scritta la stessa cosa(di amare il prossimo come un fratello,e non si riferisce sono al fratelli intesi come musulmani)..Perciò per tagliare corto te che urli contro l'integralismo islamico..sei un integralista a tua volta..Non è ironico?


Al-Fâtiha

(L'Aprente)1

Pre-Hegira *, n. 5 , di 7 versetti



1. In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso”2
2. La lode [appartiene] ad Allah3, Signore dei mondi4
3. il Compassionevole, il Misericordioso,
4. Re del Giorno del Giudizio5.
5. Te noi adoriamo e a Te chiediamo aiuto6.
6. Guidaci sulla retta via7,
7. la via di coloro che hai colmato di grazia8, non di coloro che [sono incorsi] nella [Tua] ira, né degli sviati.

Indina un po' qual'è la retta via?
Indovina un po`chi sono gli esclusi?

Altrove è scritto che non vi sarà paradiso in terra finchè ci saranno dimmhi (tu o io o X) a calpestarla, alla facciaccia della brotherhood.

Sei vuoi farti un`'idea dell'islam leggiti il libro verde di Khomehini veriintristingindid..
..e va be...è come la bibbia...questione di traduzione e interpretazione...certo che se uno li chiama "incula-capre"..Tu cosa faresti al loro posto?Mandi giù e stai zitto..?



Ultima modifica di laura18 il Mer 29 Gen 2014 - 12:21 - modificato 1 volta.

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è colpa mia se nei precetti di khomeini c'è scritto che se fai sesso con una capra e poi mangi la capra è peccato?
che se la vendi al mercato del tuo villaggio e` peccato e devi andarla a vendere al mercato del villaggio vicino?

c'e' roba simile nella nostra catechesi?

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Pazza_di_Acerra
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FUCKTOTUM ha scritto:è colpa mia se nei precetti di khomeini c'è scritto che se fai sesso con una capra e poi mangi la capra è peccato?
che se la vendi al mercato del tuo villaggio e` peccato e devi andarla a vendere al mercato del villaggio vicino?

c'e' roba simile nella nostra catechesi?

Si vede che non ha mai letto la Bibbia. Nel Vecchio Testamento c'è anche di peggio...

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FUCKTOTUM
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Pazza_di_Acerra ha scritto:
FUCKTOTUM ha scritto:è colpa mia se nei precetti di khomeini c'è scritto che se fai sesso con una capra e poi mangi la capra è peccato?
che se la vendi al mercato del tuo villaggio e` peccato e devi andarla a vendere al mercato del villaggio vicino?

c'e' roba simile nella nostra catechesi?

Si vede che non ha mai letto la Bibbia. Nel Vecchio Testamento c'è anche di peggio...

Infatti ho detto catechesi. I precetti di cui parlo hanno 30 anni si e no.
Continuiamo pure a prenderci per il culo con la storia di "traduzione" e "interpretazione"
Il problema è la -vostra- refrattareità ai "fatti": come li "interpetate" e soprattutto come li "traducete".

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Pazza_di_Acerra
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"Vostra" di chi? Ha preso la malattia dell'Oligorchide? Io parlo solo per me stessa... Ma, a proposito di traduzione e interpretazione, si legga questo bel passo. E' un po' lungo ma anche istruttivo e divertente.
Quasi tutti abbiamo capito, ormai, che non bisogna giudicare le usanze antiche sul modello di quelle moderne: chi volesse riformare la corte di Alcinoo nell’Odissea sul modello di quella del gran Turco o di Luigi XIV, non sarebbe approvato dai dotti; e chi biasimasse Virgilio per aver rappresentato il re Evandro coperto di una pelle d’orso e accompagnato da due cani, mentre riceve degli ambasciatori, sarebbe un cattivo critico. I costumi degli antichi ebrei sono ancor più diversi dai nostri di quelli del re Alcinoo, di sua figlia Nausicaa e del buon Evandro.
Ezechiele, schiavo presso i caldei, ebbe una visione accanto al fiumicello Chebar, che si perde nell’Eufrate. Non c’è da meravigliarsi che egli abbia visto animali con quattro teste e quattro ali, con piedi di vitello, né delle ruote che andavano da sole e avevano in sé lo spirito di vita; anzi, questi simboli piacciono all’immaginazione. Ma molti critici si sono ribellati contro l’ordine che il Signore gli dette di mangiare, per trecentonovanta giorni, pane d’orzo, di frumento e di miglio, spalmato di merda. Il profeta esclamò: «Puah, puah, puah! la mia anima non si è ancora mai contaminata.» E il Signore gli rispose: «Ebbene io ti concedo sterco di bove invece d’escrementi d’uomo: impasterai di sterco il tuo pane.» Poiché non si usa affatto mangiare simile marmellata col pane, la maggior parte degli uomini trovano tali ordini indegni della maestà divina. Tuttavia bisogna riconoscere che la merda di vacca e tutti i diamanti del Gran Mogol sono perfettamente uguali, non solo agli occhi di un essere divino, ma a quelli di un vero filosofo; e in quanto alle ragioni che Dio poteva avere per ordinare al profeta una colazione simile, non sta a noi indagarle.
Ci basta ricordare che questi comandamenti, che a noi sembrano bizzarri, non apparvero tali agli ebrei. È vero che, ai tempi di san Girolamo, la Sinagoga non permetteva la lettura di Ezechiele prima dell’età di trent’anni; ma solo perché, ne capitolo XVIII, egli dice che i figli non porteranno più l’iniquità dei padri, e non si dirà più: «I padri mangiarono uva acerba, e i denti dei figli si sono allegati.» In questo, Ezechiele si trovava in aperta contraddizione con Mosè che, nel capitolo XXVIII dei Numeri, assicura che i figli si portano addosso l’iniquità dei padri fino alla terza e quarta generazione. Ezechiele, nel capitolo XX, fa anche dire al Signore che Egli dette agli ebrei «precetti non buoni». Ecco perché la Sinagoga proibiva ai giovani una lettura che poteva far dubitare dell’irrefragabilità delle leggi di Mosè.
I censori dei nostri giorni sono ancor più disorientati dal capitolo XVI di Ezechiele: ecco come questo profeta si esprime per far conoscere i delitti di Gerusalemme. Egli finge che il Signore parli a una giovinetta così: «Quando tu nascesti, non ti fu reciso il cordone ombelicale, non fosti detersa con sale, eri ignuda, e io ebbi pietà di te. Sei diventata grande, il tuo seno s’è formato, t’è spuntato il pelo; io sono passato, t’ho vista, ho capito che era giunto il tempo degli amori; ho coperto la tua vergogna; mi sono steso su di te col mio mantello; sei stata mia: io t’ho lavata, profumata, ben vestita, ben calzata; t’ho donato una sciarpa di cotone, dei braccialetti, una collana; ti ho messo al naso una pietra preziosa, degli orecchini alle orecchie, una corona sulla testa ecc. Allora, confidando nella tua bellezza, hai fornicato per conto tuo con tutti i passanti… Hai costruito un bordello… Ti sei prostituita perfino sulle pubbliche piazze, aprendo le gambe davanti a tutti i passanti… Sei andata a letto con gli egiziani… e infine hai anche pagato i tuoi amanti, hai fatto loro dei doni perché fornicassero con te…; e, pagando, invece d’essere pagata, hai fatto il contrario delle altre donne… Il proverbio dice: "Tale la madre, tale la figlia", ed è quanto si dice di te…»
Ancor più insorge il censore contro il capitolo XXIII. Una madre aveva due figlie, che avevan perduto di buon’ora la loro verginità: la maggiore si chiamava Oolla, la minore Ooliba: «Oolla andò pazza per dei giovani signori, magistrati e cavalieri; fornicò con gli egiziani fin dalla sua prima giovinezza… Ooliba, sua sorella, fornicò ben più con ufficiali, magistrati e bei cavalieri; mise a nudo la sua turpitudine, moltiplicò le sue fornicazioni, ricercò con ardore gli amplessi di coloro che hanno il membro grosso come quello di un asino, e che spandono la loro semenza come cavalli…» Queste descrizioni, che scandalizzano tanti cervelli deboli, stanno solo a significare le iniquità di Gerusalemme e di Samaria: le espressioni, che ci sembrano troppo libere, non lo erano allora. La stessa ingenuità si palesa senza timore in più di un passo della Scrittura. Vi si parla spesso di aprire la vulva; i termini che servono a indicare l’accoppiamento di Bòoz con Ruth, di Giuda con la nuora, non sono affatto disdicevoli in ebraico, mentre lo sarebbero nella nostra lingua.
Non ci si copre con un velo quando non ci si vergogna della propria nudità; perché a quei tempi si sarebbe dovuto arrossire nel nominare i genitali, se quando qualcuno faceva una promessa a qualcun’altro gli toccava, appunto, i genitali? Era un segno di rispetto, un simbolo di fedeltà, come in altri tempi, da noi, i signori dei castelli mettevano le loro mani tra quelle del loro sovrano. Noi abbiamo tradotto i genitali con «coscia». Eleazaro mette la mano sotto la coscia di Abramo, Giuseppe mette la mano sotto quella di Giacobbe. Questo costume era antichissimo in Egitto. Gli egiziani erano così lontani dal ritenere indecente quel che noi non osiamo né scoprire né nominare, che portavano in processione un’enorme immagine del membro virile, chiamato phallum, per ringraziare gli dei della bontà che essi hanno di far servire questo membro alla propagazione del genere umano.
Tutto ciò dimostra che le nostre convenienze non sono quelle degli altri popoli. In quale tempo, fra i romani, ci fu maggior civiltà che nel secolo di Augusto? Eppure Orazio non teme di scrivere: Nec metuo ne, dum futuo, vir rure recurrat. Augusto si serve della stessa espressione in un epigramma contro Fulvia. Un uomo che, fra noi, pronunciasse la parola che corrisponde a futuo sarebbe considerato come un facchino ubriaco. Questa parola e tante altre di cui si servono Orazio e altri autori, ci sembra ancora più indecente delle espressioni di Ezechiele. Liberiamoci da tutti i nostri pregiudizi quando leggiamo gli antichi scrittori, o quando viaggiamo in paesi lontani. La natura è la medesima dappertutto, e le usanze dappertutto diverse.
N.B. Un giorno incontrai ad Amsterdam un rabbino cui era molto piaciuto questo capitolo: «Ah, amico mio,» mi disse, «quanto ve ne siamo grati. Avete fatto conoscere tutta la sublimità della legge mosaica, il pasto d’Ezechiele, le sue belle attitudini quando giaceva sul fianco sinistro. Oolla e Ooliba sono ammirevoli; sono tipi, fratello mio, tipi che simboleggiano che un giorno il popolo ebreo sarà padrone di tutta la terra; ma perché avete omesso tante altre cose che sono quasi della stessa forza? Perché non avete rappresentato il Signore quando dice al saggio Osea, nel secondo versetto del primo capitolo: "Osea, prendi una puttana, e fa’ con lei dei figli di puttana." Sono le sue precise parole. Osea si prese la ragazza, ne ebbe un figlio, poi una bambina, poi ancora un maschio: ed era un simbolo, un simbolo che durò tre anni. "Non basta," disse il Signore, nel terzo capitolo, "devi prendere una donna che non sia solo dissoluta, ma adultera." Osea ubbidì, però la cosa gli costò quindici scudi e uno staio e mezzo di orzo; perché voi sapete che nella terra promessa c’era pochissimo grano: Quale sarà il significato di tutto ciò?» «Non lo so,» risposi. «E io nemmeno,» disse il rabbino. Si avvicinò un gran dotto, e ci disse che erano ingegnose finzioni, molto affascinanti. «Ah, signore,» gli rispose un giovane istruito, «se volete delle finzioni, datemi retta, preferite quelle di Omero, di Virgilio e di Ovidio. Chiunque ama le profezie di Ezechiele merita di far colazione con lui.»

Voltaire, Dizionario filosofico, voce "Ezechiele"

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Pazza_di_Acerra ha scritto:"Vostra" di chi? Ha preso la malattia dell'Oligorchide? Io parlo solo per me stessa... Ma, a proposito di traduzione e interpretazione, si legga questo bel passo. E' un po' lungo ma anche istruttivo e divertente.
Quasi tutti abbiamo capito, ormai, che non bisogna giudicare le usanze antiche sul modello di quelle moderne: chi volesse riformare la corte di Alcinoo nell’Odissea sul modello di quella del gran Turco o di Luigi XIV, non sarebbe approvato dai dotti; e chi biasimasse Virgilio per aver rappresentato il re Evandro coperto di una pelle d’orso e accompagnato da due cani, mentre riceve degli ambasciatori, sarebbe un cattivo critico. I costumi degli antichi ebrei sono ancor più diversi dai nostri di quelli del re Alcinoo, di sua figlia Nausicaa e del buon Evandro.
Ezechiele, schiavo presso i caldei, ebbe una visione accanto al fiumicello Chebar, che si perde nell’Eufrate. Non c’è da meravigliarsi che egli abbia visto animali con quattro teste e quattro ali, con piedi di vitello, né delle ruote che andavano da sole e avevano in sé lo spirito di vita; anzi, questi simboli piacciono all’immaginazione. Ma molti critici si sono ribellati contro l’ordine che il Signore gli dette di mangiare, per trecentonovanta giorni, pane d’orzo, di frumento e di miglio, spalmato di merda. Il profeta esclamò: «Puah, puah, puah! la mia anima non si è ancora mai contaminata.» E il Signore gli rispose: «Ebbene io ti concedo sterco di bove invece d’escrementi d’uomo: impasterai di sterco il tuo pane.» Poiché non si usa affatto mangiare simile marmellata col pane, la maggior parte degli uomini trovano tali ordini indegni della maestà divina. Tuttavia bisogna riconoscere che la merda di vacca e tutti i diamanti del Gran Mogol sono perfettamente uguali, non solo agli occhi di un essere divino, ma a quelli di un vero filosofo; e in quanto alle ragioni che Dio poteva avere per ordinare al profeta una colazione simile, non sta a noi indagarle.
Ci basta ricordare che questi comandamenti, che a noi sembrano bizzarri, non apparvero tali agli ebrei. È vero che, ai tempi di san Girolamo, la Sinagoga non permetteva la lettura di Ezechiele prima dell’età di trent’anni; ma solo perché, ne capitolo XVIII, egli dice che i figli non porteranno più l’iniquità dei padri, e non si dirà più: «I padri mangiarono uva acerba, e i denti dei figli si sono allegati.» In questo, Ezechiele si trovava in aperta contraddizione con Mosè che, nel capitolo XXVIII dei Numeri, assicura che i figli si portano addosso l’iniquità dei padri fino alla terza e quarta generazione. Ezechiele, nel capitolo XX, fa anche dire al Signore che Egli dette agli ebrei «precetti non buoni». Ecco perché la Sinagoga proibiva ai giovani una lettura che poteva far dubitare dell’irrefragabilità delle leggi di Mosè.
I censori dei nostri giorni sono ancor più disorientati dal capitolo XVI di Ezechiele: ecco come questo profeta si esprime per far conoscere i delitti di Gerusalemme. Egli finge che il Signore parli a una giovinetta così: «Quando tu nascesti, non ti fu reciso il cordone ombelicale, non fosti detersa con sale, eri ignuda, e io ebbi pietà di te. Sei diventata grande, il tuo seno s’è formato, t’è spuntato il pelo; io sono passato, t’ho vista, ho capito che era giunto il tempo degli amori; ho coperto la tua vergogna; mi sono steso su di te col mio mantello; sei stata mia: io t’ho lavata, profumata, ben vestita, ben calzata; t’ho donato una sciarpa di cotone, dei braccialetti, una collana; ti ho messo al naso una pietra preziosa, degli orecchini alle orecchie, una corona sulla testa ecc. Allora, confidando nella tua bellezza, hai fornicato per conto tuo con tutti i passanti… Hai costruito un bordello… Ti sei prostituita perfino sulle pubbliche piazze, aprendo le gambe davanti a tutti i passanti… Sei andata a letto con gli egiziani… e infine hai anche pagato i tuoi amanti, hai fatto loro dei doni perché fornicassero con te…; e, pagando, invece d’essere pagata, hai fatto il contrario delle altre donne… Il proverbio dice: "Tale la madre, tale la figlia", ed è quanto si dice di te…»
Ancor più insorge il censore contro il capitolo XXIII. Una madre aveva due figlie, che avevan perduto di buon’ora la loro verginità: la maggiore si chiamava Oolla, la minore Ooliba: «Oolla andò pazza per dei giovani signori, magistrati e cavalieri; fornicò con gli egiziani fin dalla sua prima giovinezza… Ooliba, sua sorella, fornicò ben più con ufficiali, magistrati e bei cavalieri; mise a nudo la sua turpitudine, moltiplicò le sue fornicazioni, ricercò con ardore gli amplessi di coloro che hanno il membro grosso come quello di un asino, e che spandono la loro semenza come cavalli…» Queste descrizioni, che scandalizzano tanti cervelli deboli, stanno solo a significare le iniquità di Gerusalemme e di Samaria: le espressioni, che ci sembrano troppo libere, non lo erano allora. La stessa ingenuità si palesa senza timore in più di un passo della Scrittura. Vi si parla spesso di aprire la vulva; i termini che servono a indicare l’accoppiamento di Bòoz con Ruth, di Giuda con la nuora, non sono affatto disdicevoli in ebraico, mentre lo sarebbero nella nostra lingua.
Non ci si copre con un velo quando non ci si vergogna della propria nudità; perché a quei tempi si sarebbe dovuto arrossire nel nominare i genitali, se quando qualcuno faceva una promessa a qualcun’altro gli toccava, appunto, i genitali? Era un segno di rispetto, un simbolo di fedeltà, come in altri tempi, da noi, i signori dei castelli mettevano le loro mani tra quelle del loro sovrano. Noi abbiamo tradotto i genitali con «coscia». Eleazaro mette la mano sotto la coscia di Abramo, Giuseppe mette la mano sotto quella di Giacobbe. Questo costume era antichissimo in Egitto. Gli egiziani erano così lontani dal ritenere indecente quel che noi non osiamo né scoprire né nominare, che portavano in processione un’enorme immagine del membro virile, chiamato phallum, per ringraziare gli dei della bontà che essi hanno di far servire questo membro alla propagazione del genere umano.
Tutto ciò dimostra che le nostre convenienze non sono quelle degli altri popoli. In quale tempo, fra i romani, ci fu maggior civiltà che nel secolo di Augusto? Eppure Orazio non teme di scrivere: Nec metuo ne, dum futuo, vir rure recurrat. Augusto si serve della stessa espressione in un epigramma contro Fulvia. Un uomo che, fra noi, pronunciasse la parola che corrisponde a futuo sarebbe considerato come un facchino ubriaco. Questa parola e tante altre di cui si servono Orazio e altri autori, ci sembra ancora più indecente delle espressioni di Ezechiele. Liberiamoci da tutti i nostri pregiudizi quando leggiamo gli antichi scrittori, o quando viaggiamo in paesi lontani. La natura è la medesima dappertutto, e le usanze dappertutto diverse.
N.B. Un giorno incontrai ad Amsterdam un rabbino cui era molto piaciuto questo capitolo: «Ah, amico mio,» mi disse, «quanto ve ne siamo grati. Avete fatto conoscere tutta la sublimità della legge mosaica, il pasto d’Ezechiele, le sue belle attitudini quando giaceva sul fianco sinistro. Oolla e Ooliba sono ammirevoli; sono tipi, fratello mio, tipi che simboleggiano che un giorno il popolo ebreo sarà padrone di tutta la terra; ma perché avete omesso tante altre cose che sono quasi della stessa forza? Perché non avete rappresentato il Signore quando dice al saggio Osea, nel secondo versetto del primo capitolo: "Osea, prendi una puttana, e fa’ con lei dei figli di puttana." Sono le sue precise parole. Osea si prese la ragazza, ne ebbe un figlio, poi una bambina, poi ancora un maschio: ed era un simbolo, un simbolo che durò tre anni. "Non basta," disse il Signore, nel terzo capitolo, "devi prendere una donna che non sia solo dissoluta, ma adultera." Osea ubbidì, però la cosa gli costò quindici scudi e uno staio e mezzo di orzo; perché voi sapete che nella terra promessa c’era pochissimo grano: Quale sarà il significato di tutto ciò?» «Non lo so,» risposi. «E io nemmeno,» disse il rabbino. Si avvicinò un gran dotto, e ci disse che erano ingegnose finzioni, molto affascinanti. «Ah, signore,» gli rispose un giovane istruito, «se volete delle finzioni, datemi retta, preferite quelle di Omero, di Virgilio e di Ovidio. Chiunque ama le profezie di Ezechiele merita di far colazione con lui.»

Voltaire, Dizionario filosofico, voce "Ezechiele"

Oh ma mi pigli per il culo? Prima mi sfoderi la bibbia a fronte di roba attuale poi mi dici che non devo giudicare per l'antico?
Chi è che non è potuta scendere dall'aereo senza una mutanda in testa la Bonino l'altro ieri o la trisavola di mia nonna in carrozzella?
Chi incolla il culo ai froci e poi gli da i lassativi, i muslim o il cugino germano di matusalemme?

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Pazza_di_Acerra
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A dire il vero, mi pare sia stato lei a tirare in ballo il Corano con tanto di neretto...
Sulle questioni che lei pone in seguito non entro nel merito, però vorrei farole notare che ben difficilmente troverà un solo passo qui dentro in cui io difendo l'Islam.

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FUCKTOTUM
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Pazza_di_Acerra ha scritto:A dire il vero, mi pare sia stato lei a tirare in ballo il Corano con tanto di neretto...
Sulle questioni che lei pone in seguito non entro nel merito, però vorrei farole notare che ben difficilmente troverà un solo passo qui dentro in cui io difendo l'Islam.

A dire il vero lo tiro' fuori la signorina Laura 18 sostenendo che sancisse un volemosebbene planetario. Ne ho riportato la sura iniziale a dimostrare quanto "global" sia il messaggio di amOre. (Ella vorra' perdonare se nell'enfasi usai il voi)

P.S. Se non vado errato fra il primo e il secondo testamento c'è un segnalibro in croce di un qualche intrinseco significato, o no?

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Pazza_di_Acerra
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Naturalmente. Contrariamente a quanto afferma l'Oligorchide da qualche parte, "ama il prossimo tuo come te stesso" è proprio ciò che caratterizza il distacco del nuovo testamento dal vecchio, che in gran parte non è che una serie di atrocità commesse da dio in persona o da suoi degni rappresentanti dello stampo di Mosé e Davide. Cristo, invece, è rivoluzionario proprio per il suo messaggio d'amore.

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